Gruppo: Demonic Death Judge

Disco: Skygods

Etichetta: Inverse Records

Genere: Stoner-Doom

Anno: 2013

Recensione:

Seconda fatica per i finlandesi Demonic Death Judge. Secondo full lenght in due anni. Evoluzione e crescita. Il difficile rimane sempre riuscire a descrivere cosa propongono i nostri. Skygods è un disco oscuro, lento, dominato dai mid tempo. Riffing pensante di sabbhatiana memoria ma allo stesso tempo growl, a solo degni dei migliori seventies, come in Knee high, e atmosfere stoner. Come definirli? Certo non è un ascolto per orecchie poco allenate. I suoni sono decisi, pachidermici. A tratti Dark Tranquillity, a tratti Pink Floyd, a sprazzi jazzati, ora sulle orme degli Alice in chains o con intro semi acustici quasi surf come nel caso di Aqua Hiatus. Un disco complesso che richiede numerosi ascolti, non foss’altro che per la durata di alcuni brani come Solomontari, sette minuti e quarantuno di overture, e Pilgrimage che con i suoi dieci minuti è la canzone più lunga del disco. Skygods riesce in un certo senso a condensare ciò che il “lato oscuro della musica” è riuscito a partorire negli ultimi quarant’anni quasi e a presentarlo in un solo disco. Solo gli Opeth di Real life avevano osato tanto. I Demonic Death Judge ce l’hanno fatta ad eguagliare la band di Mikael Åkerfeldt? Parrebbe che la pretesa sia siffatta, il risultato, ognuno determinerà il proprio. Nella sua monoliticità il disco offre non molte digressioni tecniche. Buoni musicisti, brani strutturati, passaggi sporcati di progressive. Solo sporcati, non ne hanno la pretesa ne le caratteristiche. Un track by track risulta superfluo e fuorviante perché porrebbe l’accento non sul disco nel suo insieme, unico metodo applicabile all’ascoltatore per trarne la giusta chiave di letture, ma su singoli passaggi che risulterebbero decontestualizzati e quindi sminuiti della loro reale portata.

Se proprio si vuole trovare una pecca al lavoro della band finlandese, il punto più debole risulta essere la voce di Jaakko Heinonen che rimane identica dall’inizio alla fine. Scelta stilistica? Un aiuto a trovare una propria identità? Qualsiasi sia la premessa il risultato risuluta piuttosto ostico da digerire. Per il resto, un buon disco per orecchie allenate e personalità nel mood giusto per attraversarne i meandri. 

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