La prima volta che sentii parlare di Sixto Rodriguez fu grazie ad un mio collega appassionato di documentari e dall’animo rivoluzionario, che aveva visto il docu-film, del regista svedese Malik Bendjelloul, prodotto nel 2012 e vincitore di numerosi premi.

La sua musica e la sua storia attirarono subito la mia attenzione. C’erano tutti gli elementi per i quali mi sarebbe piaciuto: musica folk-rock, testi che esprimevano impegno sociale e civile, una storia artistica e personale molto particolare. La peculiarità di Sixto Rodriguez è, infatti, anche la sua vita o meglio le sue vite. Non sto parlando di cose strane, come reincarnazione e simili, ma di fasi di vita talmente complesse e apparentemente sconnesse da sembrare vite differenti.

9_SAB6168A fine anni ’60, primi ’70 pubblicò i suoi pezzi negli Stati Uniti, paese in cui è nato, ma con pochissimo successo. Lo scarso riscontro lo portò ad abbandonare la vita da musicista e ad impiegarsi come operaio per sopravvivere e far fronte alle difficoltà economiche in cui versava. A metà degli anni settanta, la sua musica travalicava i confini degli Stati Uniti, divenendo famosa in tutto il mondo, soprattutto in Sud Africa, dove le sue canzoni vennero, da subito, considerate inni dai movimenti di lotta contro l’Apartheid. Di questo successo Rodriguez era completamente all’oscuro (è, per farvi capire, un successo postumo, ma quando sei ancora vivo e vegeto). Lo scoprii, infatti, solo nel 1996, grazie alla figlia che trovò casualmente un sito web a lui dedicato. Google ancora non c’era, ma internet iniziava a funzionare e, in questo caso, potremmo dire God saves The Web.

Da lì, da quel campale anno, cominciò la terza vita di Sixto Rodriguez, fatta di concerti in tutto il mondo, soprattutto in quei paesi che lo avevano adorato ed eletto voce della loro lotta per il conseguimento dei diritti civili, fino ad arrivare nel 2012 ad essere il protagonista di un documentario.

Da subito affascinata dalla storia che vi ho brevemente raccontato e dall’artista, era inevitabile, per me, fare di tutto per poterlo sentire dal vivo ed ecco che si presenta l’occasione: 20 maggio, Gran Teatro di Roma.

Ieri sera, all’evento sono arrivata carica di aspettative e con la fibrillazione tipica di quando so di andare ad ascoltare un importante concerto storico. C’era la finale di Coppa Italia che si disputava allo stadio Olimpico tra Lazio e Juventus. Roma era più caotica del solito, con le strade bloccate dai vigili, intenti a far passare i tifosi. Arrivare al luogo dell’evento è stata un’impresa. Le mie amiche ed io temevamo che non saremmo mai giunte in tempo, ma, nonostante tutto, ce l’abbiamo fatta.

Al Gran Teatro, guardandomi intorno, ho cominciato a sorridere vedendo numerose persone che sembravano arrivate direttamente dagli anni ’60 – ‘70, ma del resto era impossibile stupirsi visto che stiamo parlando di un’icona di quegli anni. Il Gran Teatro era stracolmo di persone e tutti invocavano a gran voce l’arrivo di Sixto sul palco, anche il bambino di sei mesi che era in braccio ai genitori, seduti di fronte a me.

Il concerto non è stato all’altezza delle mie aspettative. Il cantante purtroppo non sembrava in forma e la sua esibizione era molto lontana dagli standard a cui di solito sono abituata. Sicuramente è da apprezzare lo sforzo fatto per portare a termine l’esibizione. Comunque, nonostante la perfomance, l’importanza storica e culturale di Sugar Man rimane e andrà oltre le singole esibizioni, come è già successo per quasi 30 anni.

In apertura al concerto di Rodriguez si sono esibite Nugent & Belle

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