Quando si parla di death metal, qualcuno storce sempre un po’ il naso, soprattutto se al death preferisce più gli stili epic, neo-prog, thrash, NWOBHM ed altre forme più apprezzate dai “puristi” del metal stesso. Chi ha assistito al concerto del 24 aprile all’Init Club di via della Stazione Tuscolana a Roma, alla fine ha avuto quello che voleva: growl, potenti rullate, riff martellanti, scream, qualche effetto sonoro, molto fumo, molta simbologia e qualche piccolo virtuosismo di basso nel caso dei Sterbahaus o di chitarra nel caso dei Melechesh. Ma alla fine il black metal è tutto qui.
Gli attesissimi Vader hanno fatto la loro parte, niente di più niente di meno: il livello tecnico non è dei migliori, ma è comunque in linea con la media delle band death metal. C’è da registrare qualche generoso contributo del chitarrista, che fa qualche buon assolo, facendo intravvedere un po’ di tapping, dimostrando che comunque il suo livello tecnico è decisamente superiore a quello degli altri elementi del gruppo. I Vader sono uno dei pochi gruppi death metal in Europa rimasti sulla cresta dell’onda per tutti questi anni. Vengono considerati oltre che pionieri del death metal europeo, anche una delle formazioni più apprezzate a livello mondiale per la loro qualità. Il loro secondo disco, De Profundis (1995), è considerato il loro apice ed uno dei più grandi capolavori nella storia del death metal da più fonti dei bene informati..
Eppure se devo dirla tutta, gli unici veramente meritevoli di nota oggi sono stati i francesi W.I.L.D., il gruppo emergente che ha aperto la serata alle 21.00 in punto all’Init Club in questo 24 aprile.
Un vero peccato che a vederli a quell’ora erano arrivate ancora poche persone… il grosso del pubblico si é riunito verso la fine, a ridosso dell’esibizione dei Vader, gli headliners che tutti attendevano.
Mezz’ora di musica veramente buona. I W.I.L.D. hanno fino adesso pubblicato un solo album, “Agony of Indecision“, dal quale sono stati estratti i sei brani proposti. Death metal si! Ma con una fortissima influenza hard rock. La musica dei W.I.L.D. pare molto simile a quella di gruppi come Judas Priest, o a quella dei primi lavori degli Slayer, dove affondano le radici dello speed/thrash metal, e ci si concede a riff talvolta velocissimi, talvolta lenti, spesso arricchiti con armonici e tapping. Notevoli i brani “Agony of Indecision” e “Torture”, prevalentemente brani speed/thrash, con sprazzi di hard rock, che si richiamano al death attraverso la tecnica di canto growl tipica del genere. Notevole, anzi notevolissimo l’ultimo brano proposto, “A Voice in My Head“, pezzo eclettico in cui il timbro ritmico ed armonico del death metal si alterna con uno stile più progressive, spaziando da ritmiche potenti ed aggressive ad intervalli maggiormente melodici, nei quali la progressione musicale prende il sopravvento. Il tutto condito da effetti sonori particolari che rendono il brano in alcuni momenti veramente psichedelico. Il genere dei W.I.L.D. va sicuramente verso il progressive death metal.
La scaletta dei brani prevedeva: “Intro“, “Agony of Indecision”, “Torture“, “Wake Initiated“, “A Voice in My Head“, più una cover dei Sepultura.

Dopo l’esibizione dei W.I.L.D., sul palco salgono i pittoreschi “Sterbhaus“. Colorati in volto come “Bravehart“, gli Sterbhaus rappresentano la cultura death metal scandinava in tutti i sensi. Gli svedesi danno vita ad uno spettacolo senza particolari sorprese: il loro stile è nel genere. Suonano come ti aspetti suoni un gruppo death scandinavo, come prevede la scuola svedese del genere. La loro musica è caratterizzata da accordature basse e sonorità cupe ed ipnotiche. Il basso elettrico, suonato dallo stesso cantante e leader della band Marcus Hammarström è centrale nei loro brani, in alcuni casi più della chitarra di Jimmy Ahovali. Gruppo simpatico dopo tutto. Marcus ed il chitarrista ritmico Simon Olovsson sono stati prodighi di disponibilità a fine concerto, scendendo tra il pubblico che nel frattempo è cresciuto di numero, salutando tutti e posando per fotografie con i fans all’angolo bar dell’Init, senza dimenticare uno scatto con il nostro fotografo.
Non altrettanto comunicativo è stato Melechesh Ashmedi, ma si sa, il frontman è già una star in questo genere di musica, e come “star” si sente in “dovere” di apparire sul palco per ultimo e andar via defilato per primo, uscendo da porte secondarie, senza concedersi a nessuno….
Melechesh, ex one-man band del gruppo che ora porta il suo nome, da venti anni porta avanti questo progetto molto particolare. I testi, ed in parte il  sound, si ispirano alla mitologia sumera e, più in generale, della mitologia mesopotamica. I Melechesh sono infatti annoverati tra i gruppi black metal, più che tra i gruppi death, forse perché Melechesh canta con tecnica scream tipica del black e non usa il growl (atonale e gutturale), più classico dei gruppi death. Ma a mio avviso, il gruppo può senza dubbio appartere al genere death doom metal, sia per sonorità medio-orientali basati sulla cultura ebraica (e ci mancherebbe altro da un gruppo originario di Gerusalemme), che per argomentazioni trattate nelle loro canzoni. Sicuramente sono sintonizzati sulla scia degli Orphaned Land di altri gruppi di oriental metal.

I Melechesh arrivano sul palco poco prima delle 23.00, e la platea dell’Init, nel frattempo si è riempita. Molti fan del gruppo israeliano sono giunti apposta per vedere Melechesh e soci. Si presenta Moloch, chitarrista del gruppo, col volto coperto da kefia e turbante neri, come un guerrigliero palestinese in piena intifada, insieme al nuovo bassista del gruppo, ugualmente velato, ed è già delirio tra la folla: Melechesh appare… il concerto ha inizio. Uno dietro l’altro vengono sparati i brani in sequenza martellante. Seguono a ruota “Illumination”, “Sacred Geometry”, “Ladders to Sumetria”, “Defeating the Giant”, “Grand Gathas of Ball Sin”, “Triangular Tattic Fire” e ” Rebirth of the Nemesis“, i primi tre più vicini al doom metal, gli altri, salvo qualche tratto, molto più vicini alle sonorità black metal mittel-europee (segno tangibile dell’influenza che ha su di loro la nuova patria d’adozione, l’Olanda).
Melechesh Ashmedi mostra spesso durante l’esibizione del gruppo che con la chitarra ci sa fare, si concede a qualche timido virtuosismo, tipo quello di suonare con una bacchetta da batteria o di accennare qualche raro tapping. Ma ovviamente stiamo parlando di Ashmedi, non di Steve Vai o di Joe Satriani… quindi quello che ci concede il buon Melechesh è tanto di guadagnato.
Melechesh va via, tra le urla del pubblico che dimostra di aver gradito il suo beniamino. Si avvicina il momento più atteso di tutti: quello che vede protagonista i Vader. Manca poco a mezzanotte: la tabella di marcia della serata è slittata per via dei lunghi intermezzi tecnici per provare gli strumenti, l’audio e le luci. La gente continua ad affluire, la pista dell’Init che poche ore prima, durante lo show dei W.I.L.D, sembrava una landa desolata, ora è stracolma. Il pubblico è tutto per loro: i Vader!

All’accenno delle prime note di “Sothis” esplode l’urlo. Cosa mettere in evidenza della musica di questo gruppo polacco, che viene universalmente riconosciuto come il gruppo di punta del metal europeo? Ma il pubblico li ama, se i Vader riempiono locali, palasport e stadi da trent’anni, quindi niente da obiettare. Una scaletta di diciotto brani, a tratti, va detto, non brillanti per espressione, talento, virtuosismo, ma conditi come sono da urla e dal protagonismo del leader Peter Wiwczarek, scatenano una folla in delirio. Non manca nulla di quanto ci aspettiamo: pogo, incitamento alla bestemmia da parte del pubblico rivolto a Peter, che molto allegramente soddisfa a ripetizione (conosce un po’ di italiano e le imprecazioni in lingua dantesca vengono scandite molto bene… tutto questo fa colore nel death), facinorosi che assaltano il palco per essere respinti immediatamente dalla sicurezza del locale e ributtati sul pubblico intento a pogare… lancio di oggetti ecc. E tutto questo fa… death! Alla fine sono tutti contenti: Peter e compagni si concedono al pubblico, stringono mani, sorridono… su questo almeno sono meno distanti di Melechesh.
A seguire la scaletta dei pezzi proposti:
Sothis
The Wrath
Fractal Light
Heading for Internal Darkness
The Innermost Ambience
Carnal
True Names
Beast Raping
Return to the Morbid Reich
Reborn in Flames
Foetus God
The Red Passage
Come and See My Sacrifice
Distant Dream
Black to the Blind
Dark Age
Vision and the Voice
Encore:
Hell Awaits (cover Slayer)
Ringraziamo Stirred Zone, e l’Init Club per averci ospitati.

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