Nuovo disco per San Diego che punta questa volta al benessere spirituale di chi avrà interesse e fortuna di incrociare l’ascolto di questo “Ù”. Un’autoproduzione sostanzialmente che punta ad un0estetica lo-fi, ancorata ad un design digitale che richiama inevitabilmente gli anni ’80, quelli internazionali di contaminazioni surf, dance e con quell’innegabile fascino pop tutto italiano di quando si poteva ancora godere delle ultimissime code di quel grande boom economico del dopo guerra. Di quando la musica contaminava ancora la società. “Ú” non ha pretese e sa scivolare dentro il suo concetto di rock spirituale. Il tutto, nella summa concettuale di questo video ufficiale, decisamente altro rispetto alle abitudini pettinate di questo futuro digitale… un bel viaggio a ritroso nel tempo tecnologico di qualche generazione fa.

Noi parliamo spesso di rock riferendoci a quel certo modo di fare e di vivere la musica, di pensarla e di darle vita… secondo te, quanto rock c’è dentro “Ù”?
Per l’accezione che gli do io ce n’è molto soprattutto nel piglio di alcuni pezzi. Nel disco di chitarre magari ce ne sono poche, ma penso che nel 2020 il binomio rock/chitarra sia ormai ampiamente superato.

In questo nuovo disco quali e quante evoluzioni hai celebrato? La prima grande metamorfosi che ti viene in mente?
Evoluzioni non saprei, l’intento però era sicuramente quello di andare oltre le sonorità del primo disco e provare a mischiare un po’ di più le carte. Nonostante questa volta abbia lavorato per sottrazione mentre prima come concetto c’era la necessità di “riempire” il più possibile, ho cercato di variare un linguaggio senza tradire il mood di partenza.

Parliamo di suoni che sono tutt’altro che rock. O quanto meno non sono il “rock” di oggi… come li hai scelti?
Scelgo i suoni esclusivamente in base all’atmosfera che cerco, non ragiono in base a generi musicali o preconcetti. Per adesso ho trovato questa dimensione in un uso massiccio dei synth, (ma non solo) e non escludo che un domani possa fare un disco che mi restituisca certi umori con molte chitarre, o con molti fiati, per dire. Non mi dò limiti di sorta insomma, non cerco la coerenza musicale in base agli strumenti musicali, ecco.

Trovo che siano molto importanti i colori per te e per tutto l’immaginario di questo lavoro… sbaglio? Ce lo racconti?
Beh, i colori hanno la loro valenza nell’immaginario che voglio creare e sono sicuramente parte integrante delle atmosfere di cui sopra, dove le tinte marittime e più “acquatiche” vanno a mescolarsi con gli accenti più sgargianti e contemporanei. La grafica in generale del progetto è curata da Valerio Bulla dal giorno zero e io mi trovo perfettamente a mio agio con le scelte e la sua sensibilità artistica.

A chiudere: chi è oggi San Diego?
Bella domanda. Diciamo che è uno che prova a scrivere e produrre musica cercando una sua idea di bellezza, finchè per lui avrà senso.

Comments

comments