Parliamo di un pop alto, liquido, digitale ma anche decisamente umano, dove il rock intenso come sentire è protagonista puntuale della forma e della sostanza. Salinitro debutta con un Ep dal titolo “Accanto a te” in cui svetta la produzione di Fabrizio Grenghi e la firma dei Massive Art Studio di Milano. L’amore e la vita ai tempi della pandemia e delle distanze forzate, nuove configurazioni nelle abitudini ma un grido che richiede umanità nell’essere accanto. Il pop di Salinitro scivola con mestiere e attenzione, alle liriche liquide come nelle melodie mai scontate. Un disco che chiama sviluppi… 

Noi parliamo spesso di rock. Non per riferirci solo al rock come genere musicale ma più al pensiero di come si fa musica, di come la si vive. Dunque, dicci: quanto “rock” c’è nell’esordio di Salinitro?

Più di quanto io stesso possa spiegare. Innanzitutto, amore sconfinato e incondizionato per la musica e per il canto, a volte messo alla prova ma mai in discussione. Questa passione a un certo punto mi ha portato a scrivere e a credere in me e, proprio come recita il detto “la fortuna aiuta gli audaci”, mi ha fatto conoscere il mio produttore Fabrizio Grenghi. È stata la prima persona a voler conoscere i miei testi e a propormi un progetto discografico, sfociato poi nel mio primo EP “Accanto a te”. Vivo la musica come maestra e compagna di vita, non smette di darmi emozioni e con questo lavoro mi auguro di ricambiare le emozioni ricevute regalandole a chi mi ascolta.

Che poi anche il pop secondo me è il “rock” dei giorni nostri, non trovi?

Il pop e il rock esistono da quando esiste la musica leggera. In fondo, entrambi sono facce della stessa medaglia. Esprimono personalità, vita vissuta, sentimenti e lo fanno in due modi diversi. La vittoria dei Maneskin a Sanremo dice proprio questo: il rock è ancora vivo e ha ancora qualcosa da dire. Anzi, credo che il rock non morirà mai. Anche il pop non morirà mai, ma ha bisogno di riconquistare autorevolezza soprattutto nei più giovani.

E Salinitro come pensa alla musica? Uno sfogo o un esercizio di estetica? Insomma, ricerchi te stesso o il bello che ti fa stare bene?

Diciamo un po’ tante cose. Prima di tutto, la musica è comunicazione di pensieri e sentimenti. Creare musica ti fa entrare in un mondo sconosciuto in cui l’unica certezza è il tuo esistere e quanto sei disposto a parlarne. Le forme, poi, si studiano, si sperimentano. A me piace fare le cose per bene, mi piace affinare i dettagli, mi piace cantare bene e per assurdo non arrivo mai a una soddisfazione totale. È una ricerca continua che mi permette di conoscere meglio me stesso e, perché no, reinventarmi.

E allora è inevitabile chiederti: quanto ti somiglia il suono di questo lavoro?

Per metà somiglia a ciò che conoscevo di me e per metà a ciò che non conoscevo. Il mio team di produzione, in questo, ha il suo merito. Non avevo mai prodotto un disco prima d’ora e affidarmi a dei professionisti era per me la cosa più giusta da fare. Fare musica, cioè fare arte, è frutto di lavoro e impegno e ogni esperto gioca il suo ruolo. Non ho mai avuto la presunzione di imporre il mio punto di vista. Al contrario, ho sempre ascoltato pareri e suggerimenti e alla fine trovavamo la soluzione migliore dal testo agli arrangiamenti, alle copertine, ai videoclip. 

In questo tempo digitale, liquido, di distanze… come vive, anzi come sopravvive la tua musica?

Al digitale devo la possibilità di far ascoltare le mie canzoni in un’epoca in cui il disco rigido è ormai tramontato e in cui l’unica possibilità di fruizione deriva dalla connessione a internet, dato che la musica live è al momento “spenta”. L’impossibilità di promuovere il mio EP tramite eventi dal vivo è l’unico neo di tutto il progetto, durato circa di due anni. Ciò nonostante, in questi mesi ho ascoltato tantissima musica e ho cominciato a farmi venire in mente nuove idee. Penso già al futuro ma voglio godermi questo momento. Le canzoni del mio EP meritano spazio. 

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