Saba Anglana

Il suo ultimo album, Ye Katama Hod (The Belly of the City), è uscito il 21 settembre insieme al video del singolo Zarraf. Abbiamo incontrato Saba Anglana, cantautrice dalle origini divise fra l’Italia e l’Etiopia  e che in questo ultimo disco riscopre proprio le sue radici etiopi. L’album, dunque, contiene brani in lingua amarica e in somalo, ma anche inglese (nella prima traccia, Gabriel). Il titolo significa “la pancia della città” e vuole raccontare la natura ambivalente della città: luogo di diseguaglianze e malessere, ma anche di riscatto sociale e possibilità di realizzare i propri sogni.

La sua carriera musicale di cantautrice inizia nel 2008 con l’album Jidka (The Line); in seguito pubblica altri due dischi: nel 2010 Biyo (Water is Love) e nel 2012 l’album nato dal suo viaggio in Kenya per AMREF Life Changanyisha (traduzione: la vita ci mescola). Un percorso artistico eclettico, una musica che richiama ad un mondo affascinante e lontano, ricco di storie e persone che lei ci ha raccontato. Non vogliamo anticiparvi altro, se non che è stata un’intervista che ha toccato tanti argomenti, che ci ha arricchito immensamente e che ha fatto vibrare forte qualche corda della nostra anima. E siamo sicuri che ci riuscirà anche con voi.   

Vorrei iniziare subito dal nuovo album Ye Katama Hod che è una sorta di crocevia di culture, ci puoi spiegare come nasce questo disco, quali messaggi vuole lanciare e quali sono le idee alla base?

Le radici di questo disco affondano nel Corno d’Africa, più specificatamente in Etiopia. I suoni che sentite sono quelli delle scale pentatoniche della musica etiope che non è molto conosciuta in Occidente. Una musica che al di là delle pubblicazioni di Francis Falceto, produttore che ha catalogato attraverso una ventina di volumi la musica d’Etiopia negli anni d’oro della cultura musicale di quel luogo, si conosce poco. Questo tipo di cultura si conosce ancora meno in Italia. Forse in Europa ci sono più realtà musicali che stanno nascendo dall’incontro con la cultura etiope. Io sono figlia, come dicevi tu, di due culture, se non tre. Padre italiano, madre etiope, ho vissuto la maggior parte della mia vita nell’alveo della cultura di mio padre e ad un certo punto della mia vita ho pensato che attraverso la musica avrei potuto invece indagare la parte che mi mancava e la parte della famiglia di mia mamma. Quindi c’è la lingua amarica e sonorità fortemente etiopi. In questo disco, più che negli altri, si è orientati più verso l’Etiopia, anche se ci sono dei testi in Somalo e qualche suggestione della Somalia. Il disco non è proprio un crocevia di culture, in realtà lo sono io, più che altro. Il linguaggio del disco è influenzato da strumenti occidentali, come il contrabbasso, la batteria, la fisarmonica che però è anche uno strumento usato in Etiopia e Fabio Barovero, il produttore di questo lavoro, suona la fisarmonica proprio come un etiope, ha assorbito quelle sonorità. Il sapore di questo disco è molto legato all’Etiopia , tant’è che il colore predominante è le tinte scure, molto blues anche, il blues d’Etiopia. Se dovessi dire di che colore è il disco direi che è nero, ma anche bianco perché è il colore dell’Etiopia, il colore della spiritualità. Anche tanta spiritualità, dunque, tant’è che il primo pezzo si chiama Gabriel, che richiama all’Arcangelo Gabriele e alla spiritualità etiope perché loro si vestono di bianco quando vanno in chiesa. 

Hai nominato le origini che sono sempre presenti nei tuoi dischi e quindi vorrei sapere cosa sono e cosa rappresentano per te le origini, le tue origini. 

Le origini intanto sono da scoprire, è qualcosa di non dato, qualcosa che dorme tra i rami di un albero genealogico magari anche più complesso rispetto a quello di una persona che nasce e vive in un solo paese. Le origini sono non tanto nella geografia dei paesi, quanto nelle emozioni delle storie dei componenti del mio albero genealogico, nelle esperienze che hanno vissuto i miei nonni, i miei genitori quindi le vicissitudini esistenziali di tutti questi componenti, è una galleria di personaggi del mio albero genealogico, così come per tutti. Sono occasioni importantissime per capire molte cose che sono passate nella nostra memoria cellulare, nella nostra memoria emotiva e, quindi, per conoscere se stessi. Non tanto per fortificarti come essere umano, quanto per capire quanto sei complesso, ricco di sfaccettature.

Non vorrei andare sul politico, però tu sembri un ottimo esempio di culture diverse coniugate in modo armonioso, affascinante, che insieme creano qualcosa di bello, senza necessariamente snaturasi. Quindi secondo te l’integrazione è possibile? E come si potrebbe realizzare? 

Andiamoci sul politico invece. Dal punto di vista sociologico, se usiamo il termine integrazione significa che c’è una cultura dominante e poi altre culture minori, quantitativamente parlando, che vengono assorbite. Un processo, quindi, che ha una sola direzione. In questo paese spesso quando si dice che un cittadino straniero è integrato, significa che si inserisce in una cultura. La parete che divide la cultura italiana da quella straniera, quindi, non è una membrana osmotica, attraverso cui passa una cosa sia in una direzione che nell’altra. Politicamente e anche per quanto riguarda la comunicazione mediatica, sembra quasi che è sempre lo straniero che deve far lo sforzo di integrarsi.

Non credo in una società multiculturale in cui le varie componenti di queste culture non comunicano fra di loro perché si crea un mosaico abbastanza sofferente, in cui persone come me che sono figlie di diverse culture non capiscono qual è il proprio luogo di riferimento, ma se ci fosse un atteggiamento culturale di circolazione, di scambio, di interesse, si creerebbe un movimento interessante. Io credo più in questo.

Certo che quando si ha tanta paura come in questo momento in Italia e ci sono dei personaggi politici che cavalcano un po’ questa paura e la strumentalizzano è doveroso sottolineare mille volte che la politica dell’accoglienza non è soltanto un dettame che fa di questo paese, lo ricordo a chi si fa baluardo di questa cultura, un paese cristiano. Loro sottolineano tanto le origini cristiane/giudaiche dell’Europa, allora se si è cristiani si sa che la cultura dell’accoglienza  è un qualcosa di evangelico. Lo dico senza essere la portavoce di nessuna religione, ma solo perché le religioni sono anche uno strumento di unione.

Invece dal punto di vista politico sottolineo il fatto che al di là delle belle parole, bisogna fare delle leggi specifiche sui ragazzi che sono nati qui o che magari sono venuti qui molto piccoli, cresciuti qui e non hanno accesso alla cittadinanza. E allora facciamoli questi sforzi, dal punto di vista delle leggi.

Poi è vero che in ogni luogo mettere insieme delle culture diverse significa fare fatica perché ci sono dei problemi oggettivi, ma ci sono dei problemi anche quando siamo in una stanza e siamo marito e moglie e alla moglie piace guardare alla televisione un programma di intrattenimento o musicale e al marito piace vedere la partita di calcio. Se ci si ama, però, si trova un compromesso. Se noi concepiamo la nostra cultura, il nostro paese come una grande famiglia, allora questi problemi si possono affrontare.

Insieme al disco è uscito anche il video di Zarraf, girato ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. Ci parli un po’ di questa esperienza? 

Intanto non avevamo assolutamente i permessi per girare, quindi tutto questo ha reso l’esperienza molto avventurosa perché siamo in un paese in cui effettivamente c’è un controllo visto che è un paese che sta cambiando. Siccome a volte la vita ci impone di fare le cose in maniera molto rapida, abbiamo girato piombando in alcuni luoghi, scendendo dalla gip con un operatore, il danzatore del video, io e improvvisando delle scene in maniera molto veloce. Ciascuno di noi aveva una grande esperienza, quindi sapevamo più o meno come muoverci, però non c’è stato nulla di molto costruito. La storia è venuta poi con il montaggio del video, per le parole della canzone, un po’ anche per la luce di Addis Abeba che è la luce dell’altopiano –siamo quasi a tremila metri lì – dell’acropoli etiopico. Il video racconta, proprio lì sul confine, questa città che da una parte sta esplodendo dal punto di vista urbanistico, sta diventando una città molto moderna e dall’altra però ha ancora in sé questo elemento umano che cerca di resistere ossia la tradizione orale, la danza, tutto ciò che attiene alla storia di queste persone. Un po’ ho sentito che c’è questo stridore fra una modernità che tutto travolge e l’elemento umano che deve resistere. Melaku Belay, che è questo danzatore, incarna alla perfezione questa una specie di fuoco che anima, rappresenta un ottimismo. Non è una critica alla modernità, ma la si accoglie senza dimenticare da dove si viene e chi si è, cercando di non fare gli stessi errori che ha fatto l’Occidente.

(N.d.A. Potete guardare il video in anteprima su Repubblica TV cliccando qui)

Hai nominato Melaku Belay, a me ha colpito molto la sua storia e quindi mi piacerebbe se la raccontassi anche ai nostri lettori e se ci dicessi qualcosa in più su di lui sia come artista che come persona. 

Lui è un grande artista dal punto di vista tecnico e performativo, ma ancora prima – perché io penso che ancora prima che professionisti siamo esseri umani – è un grandissimo essere umano, è veramente un sole. È una persona che ha sofferto molto nella sua vita in termini proprio di fatica a farcela e che piano piano, con grande ottimismo e una grande serenità interiore ci è riuscito.

Le persone da cui ho imparato di più dalla vita sono quelle in cui magari c’è un fuoco sacro, qualcosa che le rende vibranti, ma c’è anche una serenità di fondo, è quella luce bianca che ciascuno di noi ha e che viene poi offuscata da mille cose. Lui ha questa forte luce dentro di sé che ne fa un personaggio carismatico.

Ha vissuto la sua infanzia in Etiopia, nella parte più urbana di Addis Abeba, dormendo anche sotto il bancone del Fendika – in cui abbiamo anche registrato gli strumenti tradizionali di Zarraf – ed è cresciuto lì, rubando con gli occhi le mosse dei danzatori che si esibivano in questo locale di musica tradizionale, uno dei pochi rimasti in questa capitale perché stanno sparendo per gli effetti di questa trasformazione urbanistica. Volevano chiudere anche il Fendika, ma lui si è opposto e nel frattempo ne è diventato anche proprietario e gestore. Questo posto è diventato un luogo di irradiazione enorme, tant’è che ha attirato anche i Red Hot Chili Peppers, che sono andati a suonare lì o The Ex, questo gruppo olandese molto famoso in Europa.

Per cui tutti quelli che andavano là sentivano le sonorità etiopi e subivano un processo di etiopizzazione della loro musica. Lui è riuscito a creare tutto questo.

Noi ci siamo conosciuti in occasione di un mio concerto alla ambasciata italiana di Addis Abeba, invitata dall’Istituto Italiano di Cultura. Lì me l’hanno presentato ed è nato veramente un grande innamoramento artistico. Abbiamo sentito che dovevamo lavorare insieme, abbiamo fatto questo video, ancora non sapevamo che cosa sarebbe venuto fuori, è venuta fuori la canzone Zarraf e da lì a distanza di un anno abbiamo fatto altre cose insieme. Adesso siamo amici per la pelle, quasi fratelli ed è una bellissima storia. Quando io vedo ai miei concerti la gente che salta e urla “Zarraf!” per me è una grandissima soddisfazione.

La tua musica è spesso impegnata anche dal punto di vista sociale. Tant’è che in Biyo (2010) il filo conduttore è l’acqua e il disco aveva anche l’obiettivo di sostenere progetti idrici in Africa; mentre Life Changanyisha (2012) nasce come progetto per AMREF (N.d.A. Organizzazione non governativa internazionale che si propone di migliorare la salute in Africa attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità locali). La musica, perciò, aiuta davvero le persone e può essere una fonte di cambiamento culturale? 

Non solo culturale, anche politico. Tutti hanno paura di pronunciare questa parola, io sento invece che attraverso la musica sto facendo politica, ossia sto esprimendo delle idee, una visione del mondo. Ci sono delle cose da fare dal punto di vista pratico. Io le racconto, le vivo, le sublimo in musica.

La musica non cambierà mai esattamente le cose, non ha il potere di legiferare però ha il potere di poggiare il peso di certe istanze ed urgenze sul cuore di chi legifera. La musica è una forma di conoscenza, di approfondimento, di trasmissione che non cambierà il mondo, però lo migliorerà, lo guiderà verso una direzione possibile, lo renderà più sopportabile. Attraverso l’arte riusciamo a tollerare il peso di un’esistenza che sembra fine a se stessa, viviamo tutti con questo fardello della morte, la paura di invecchiare. Invece attraverso l’arte e la musica si compiono degli esorcismi bellissimi e si danno dei messaggi anche politici, perché avere paura di questo? Io ho scritto anche canzoni d’amore, però poi mi rendo conto che la maggior parte delle mie canzoni erano urgenze legata ad istanze personali, ma anche a una volontà di esprimere un messaggio universale.

Ecco perché poi nascono i concept album, perché essendo figli del ‘900 ancora non siamo schivi di Spotify, di questi supermercati della musica da cui trai in maniera abbastanza bulimica, ascoltando tutto, che è comunque una cosa grandissima. Avere però lo spazio e il tempo per trasmettere dei concetti e sperare che questi concetti arrivino alle teste e ai cuori significa, per me perlomeno, che vale ancora la pena farlo questo mestiere. 

Torniamo, invece, al viaggio in Kenya fatto seguendo la rotta verso i villaggi ed i luoghi che AMREF sostiene e raccontato poi nell’album Life Changanyisha. Immagino debba essere stata un’esperienza unica ed intensa. Ce la racconti un po’? 

Il viaggio in Kenya è stato molto faticoso dal punto di vista fisico, ma mi ha arricchito incredibilmente perché ho capito che spesso possiamo anche fare a meno delle parole, basta che esercitiamo una lingua. Significa che la musica è un linguaggio che può essere universale, per cui ho conosciuto moltissime persone dei villaggi con cui parlavo certo inglese, però la prima comunicazione era quella del canto e del ballo.

Gli esseri umani, anche se sono molto diversi fra loro, possono subito comunicare. Loro mi hanno raccontato anche cantando e danzando la condizione dei loro villaggi, la speranza di un futuro migliore.

Queste persone avevano capito il valore della musica, che io ero una specie di ambasciatrice un po’ particolare e che potevano sperare che un ambasciatore portasse un messaggio dal luogo in cui arrivava; e mi ricordo che mi ha colpito tantissimo il fatto che in questi villaggi alla fine, dopo le varie cerimonie e avermi fatto vedere i pozzi che aveva scavato AMREF, la maggior parte delle volte dicevano: “Tu però racconta queste cose, non lasciarle qua, vai da loro – un loro generico – e racconta quello che hai visto. Racconta”. Immaginatevi che senso di responsabilità ho sentito quando ho finito il viaggio e dovevo comporre questo disco. Infatti il titolo di uno dei brani dell’album, Waambie, significa proprio “tell them”, racconta loro che cosa hai visto.

E ho capito un po’ che mio malgrado non posso oppormi al fatto che per me la musica è sempre uno strumento di narrazione e loro me l’hanno insegnato bene.

Nel tuo percorso artistico hai anche lavorato come cantante e attrice in teatro e in Tv, hai realizzato quattro album, doppiatrice, scrittrice … fra tutte queste anime ce n’è una che prevale rispetto alle altre?  

In questo momento assolutamente la musica. Nei miei concerti c’è una parte anche performativa attoriale, volta ad aiutare la comprensione dei testi perché sono in un’altra lingua, quindi faccio anche monologhi in italiano. Diciamo che la musica in questo momento le raccoglie tutte visto che scrivo i miei testi, dal punto di vista della comunicazione gestisco tutto io, mi occupo delle immagini, del montaggio dei video perché c’è una visione che vorrei arrivasse. Questa formazione un po’ eclettica serve a veicolarla sotto tutti fronti.

La musica è questo grande cappello sotto cui tutto quanto si riunisce. Ho capito dopo diverso tempo che fare questo mestiere della cantautrice significa armonizzare tutte queste anime. Ho una laurea in Storia dell’arte ed amo tantissimo le immagini e ciò che veicolano, quindi sono tutti strumenti.

Non mi identifico totalmente perché, come ti dicevo, prima di essere qualsiasi altra cosa sei un essere umano e devi raccontare la tua visione del mondo. Tutto ciò che fai, la tua professione, deve essere un mezzo per raccontarla. Immagina un contadino che ha a che fare con il proprio appezzamento di terra, lui ha una propria visione del mondo e credo che forse più che ascoltare i presidenti del consiglio, in questo momento dovremmo ascoltare più i contadini. 

Fra poco inizia il tuo tour di promozione del disco e il 29 ottobre è prevista una data qui a Roma, al Monk Club, dove presenterai il nuovo album. Che ti aspetti dalla data romana e che esperienza hai dell’ambiente musicale romano?

Sai che si dice “nemo propheta in patria”, no? Roma è un po’ la città in cui sono cresciuta e, stranamente, è stata la città in cui ho suonato di meno rispetto agli altri luoghi. Quando ci capito da parte mia c’è sempre una certa emozione a suonare qui. Io, quindi, arrivo sempre un po’ in punta di piedi ed è strano perché quando ti senti a casa tua magari, che so, butti la giacca sul letto, ti togli le scarpe, ti metti in pantofole, ti metti a tuo agio. Invece entro tutta un po’ più in silenzio, chiedendomi se devo mettere le moppine, non so, avete messo la cera per terra? Un po’ sentirsi ospite e  quindi è strano.

Allo stesso tempo è sempre una sfida suonare a Roma, una città che potrebbe essere dispersiva, in cui succedono mille cose, una città delle grandi distanze, però è una data a cui tengo molto perché dopo diversi anni torno qui. In un luogo, poi, storicamente importante per la città perché era l’ex La Palma che adesso è il Monk Club, un polo culturale interessante, in cui succedono diverse cose.

Sono contenta che venga presentato lì il mio disco ed io racconti la mia storia musicale da quel palco. Non mi aspetto nulla perché non carico aspettative dal punto di vista del pubblico o altro, ma spero che in questo concerto capisca più cose del mio rapporto con questa città, attraverso le emozioni, quello che proverò. Probabilmente ve lo racconterò dopo il disco. Sarà una data molto divertente perché il concerto è molto bello, sono contenta di poter dire che è molto potente. Adesso abbiamo fatto delle prove, delle date zero e funziona molto molto bene, quindi sono curiosa di capire cosa ne pensa il pubblico romano.

Spero che venga mia madre, ecco!, che non viene mai ai concerti. Lei abita a Roma e a questo punto si vedrà costretta a sentire sua figlia.      

Chiudiamo spesso le nostre interviste chiedendo di lasciarci un saluto o un messaggio per i lettori e le lettrici di 100 Decibel. Che ne dici? 

Mi sento di dire che il motore di ogni cambiamento politico, culturale, esistenziale è la curiosità. Sicuramente se leggono la vostra webzine è perché sono spinti da una certa curiosità. Io dico loro di non fermarsi a questo, di approfondire, di fare un passo avanti, di non lasciarsi limitare da questa cultura legata al web, legata ad una fruizione un po’ superficiale. La curiosità è qualcosa che ci trascina fuori da certe sabbie mobili. E poi che la musica del mondo e nel mondo è qualcosa che non si deve limitare a quello che ci trasmettono i grossi network radiofonici o gruppi editoriali, ma che esiste una ricchezza incredibile e che adesso abbiamo gli strumenti per poterla raggiungere proprio grazie al web. Approfondite, non ascoltate solo la musica di matrice anglosassone. Liberatevi dalle sabbie mobili culturali in cui siamo arenati in questo paese. Quindi, per inciso, andatevi a sentire Ye Katama Hod!

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