Viviamo tempi bizzarri in cui, che lo si voglia o no, dobbiamo fare i conti con cose che non avremmo pensato, come dover scendere a patti con la tecnologia: no, niente di filosofico, ma era solo perchè non riesco a figurarmi la mia faccia quando, credo fossi su una metro affollata al mattino, scorrendo sul social forum che ci ha fatto regredire tutti, mi viene segnalato un evento che per me diviene subito L’Evento, articolo determinativo e maiuscolo in neretto con carattere trentasei.

Mai stato un fuoriclasse in matematica, ma due conti sulle dita riesco a farli e diciamo pure che non ci ho creduto finchè non ho visto il suo sorriso sornione a due palmi dal mio naso, la sera del concerto: quarantotto dischi sugli scaffali e soprattutto settantasette primavere alle spalle, ma proprio di Roy Ayers si tratta, in carne, ossa e vibes. Magari non sarà più il fasinoso manzo con la zazzera afro degli anni ’70, ma lo spirito giovane viene sottolineato dal cazzeggio cameratistico nel giocare a “infastidire” gli altri componenti della band durante i loro assoli: tre giovani mostri tutt’altro che comprimari, va detto, capaci di ricreare il groove tipico di Ayers in forma ridotta, nel senso che non ci sono brass e chitarra, ma una sezione ritmica coinvolgente e un tastierista che sovente si fa in quattro per infondere ulteriore respiro ai brani del repertorio (sublime quando emula un solo di flauto sui suoi tasti d’avorio, che se chiudi gli occhi quasi ti sembra di ascoltare Hubert Laws), che salta a piè pari la sua produzione giovanile di matrice più jazz e opta per una scaletta infarcita di classici del periodo Soul-Funk dei suoi Ubiquity.

Dal canto suo, Roy Ayers si diverte ancora e non poco nel cantare classici come Searchin’, con cui apre il live set, Everybody Loves Sunshine e Love Will Bring Us Back Together, con la sua timbrica baritona e birbacciona, che si fa più austera e riflette una poetica “di strada” profondamente newyorkese in We Live In Brooklyn, Baby, per poi lanciarsi in crescendo armonici col suo vibrafono in primo piano. Otto brani in scaletta potrebbero sembrare un misero bottino, invece il quartetto ci gioca, quasi li prende come spunto per poi lanciarsi in improvvisazioni di notevole spessore e qualità esecutiva non solo impeccaile ma suonando sempre con la giusta attitudine, aspetto in cui Roy Ayers s’insinua prima con tocco felpato, per poi martellare come un ossesso anche quando ritmo e giocosa sensualità Disco lo richiedono, come nel caso di Running Away e I Wanna Touch You, Baby. Cambio di registro ovviamente anche per Red, Black & Green, riproposta con la medesima enfasi densa di black pride, marchiata a fuoco da una poetica razziale che strappa applausi in sala non solo per motivi strettamente musicali. Chiude una versione dilatata a dovere di Sweet Tears, per un tripudio che trasporta il Monk nella Big Apple tirando indietro le lancette degli orologi di circa quarant’anni.

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