Siamo molto orgogliosi del disco per diversi motivi. Il primo su tutti è che ci rappresenta piuttosto bene e sta suscitando un discreto interesse. É una bellissima emozione quando ai tuoi concerti il pubblico canta le tue canzoni. In quel momento vedi ripagati tutti gli sforzi fatti”.

Sono i Rockin4, Axe Blake, voce/chitarra, Paolo Castelli “Paul Glam”, chitarra, Marco Bianco “Stillcrazy”, basso, Steve Bucci, batteria, a parlare. “I brani – dicono all’unisono – coprono un periodo di tempo cha va dal 2008, anno della fondazione della band, ad oggi. Ciò che più ci piace è i brani uniscono molto bene due periodi. Il primo di assestamento, stabilizzazione della formazione e un secondo, quello attuale, dove la macchina è a pieno regime”.

D > A livello compositivo come nasce un disco dei Rockin4?

R > Solitamente – è Marco Bianco che spiega – è Axe che porta la base, le linee portanti. Poi ognuno si occupa della propria parte. I compositori maggiori rimangono comunque Axe e Steve con il quale oltre ad un ottimo batterista, abbiamo trovato una persona con un grande gusto per la melodia.

D > Inevitabile domanda su un disco di esordio. Le influenze.

R > Queste – interviene Axe – si scoprono facilmente ascoltando il disco. In verità abbiamo cercato di fare delle “citazioni” per evidenziare da dove veniamo. Le nostre radici sono street/glam anni ’80, ma non ci fermiamo qui. Personalmente seguo molto il southern rock e credo che si senta nel mio riffing. Sostanzialmente cerchiamo di fare quello che ci piace nel miglior modo possibile.

D > Non pensate che la citazione possa essere travisata e presa come “banale” copiatura?

R > Il rischio c’è – prende la parola Paolo – e ci hanno già rivolto “accuse” in tal senso. Ma se poi si ascolta bene si capisce che non si copia ma si rende omaggio citando passaggi ormai divenuti canonici.

Perché – interviene Marco – se un autore letterario cita va bene e se lo fa un gruppo copia? Non non abbiamo rifatto brani di altri cambiando qualcosa ma abbiamo incastrato qualcosa nei nostri brani. C’è una bella differenza.

D > Siete relativamente giovani come band. Visto dall’interno, come vedete il mondo della musica emergente oggi?

R > Qui vorrei cercare di sfatare un miti – dice Marco – o quantomeno riportare le cose un po’ più in equilibrio. Fermo restando la difficile situazione attuale a livello generale, dal mio punto di vista non è poi così impossibile o difficile riuscire a suonare in Italia. Certo, ci sono dei distinguo. In primo luogo, non ci si deve aspettare il fatidico “botto”. Oggi quasi nessuno rischia su gruppi sconosciuti per quanto bravi possano essere. In secondo luogo, non ci si deve fare influenzare da mode e tendenze. Oggi come oggi è molto meglio puntare su sé stessi e su ciò che piace. Non esistono formule magiche.

D > Per il mercato discografico in generale l’avvento di internet è stato un duro colpo. Sono mutati gli equilibri e il modo di proporre la musica. Per band come voi quanto conta internet, la rete, la viralità.

R > Internet – commenta Paolo – è uno strumento, un mezzo e in quanto tale neutro. Certo ha colpito la diffusione dei dischi con metodi tradizionali, ma ha aperto anche numerosi altri orizzonti. Basti anche solo pensare ai ragazzi che si approcciano oggi per la prima volta ad uno strumento. Con internet hanno già moltissimi esempi pratici.

D’altra parte – sottolinea Marco – Internet non aiuta. Se ci si affida alla rete e non su sé stessi, non si migliora. Lo studio rimane sempre la caratteristica principale se si vuole migliorare. Lo studio e alcuni metodi tradizionali come il ‘tirare giù’, come si dice in gergo (trovare gli accordi e le note ndr) i brani. Nulla educa di più all’ascolto che riuscire a distinguere gli strumenti.

D > Tornando al disco, che strumenti promozionali avete messo in atto?

R > Al momento – spiega Axe – abbiamo estratto un singolo e stiamo cercando di farlo passare per radio. Come si diceva prima il disco di rappresenta bene per quello che siamo e i brani che meglio parlano di noi sono Lfmc e My way home. Il primo perché è la coda di ciò che eravamo e siamo stati. Il secondo è l’evoluzione.

D > Una domanda che vorreste fare se foste intervistatori?

R > Io – dice Axe – chiederei ai musicisti come sono diventati quello che sono. Ossia, cosa nella loro vita li ha portati sulla strada che poi hanno perseguito. Non so se qualcuno l’abbia mai sentita come una “missione” ma ritengo che per i più sia stata una scelta.

Io vorrei chiedere agli Iron Maiden, indistintamente anche se preferirei rivolgere la domanda a Steve Harris, come hanno fatto a passare indenni attraverso le generazioni. Nel mondo della musica credo sia facile perdersi. Loro non lo hanno fatto. Non hanno mai avuto eccessi o problemi di nessun genere. Come ce l’hanno fatta?

D > Che domanda vorreste vi venisse fatta?

A me – incalza Marco – vorrei mi chiedessero una cosa che apparentemente potrebbe sembrare banale ma secondo me non lo è. Ossia, perché ho iniziato a suonare a perché continuo. La spinta iniziale per un musicista o artista in genere mi pare molto importante e determinante per il prosieguo della carriera. Ad esempio io ho iniziato a suonare perché suonare va oltre l’esibizione, intesa sia live sia in studio. Suonare si fa assieme, unisce le persone. Nessuno suona solo per sé stesso nella propria cameretta.

A me – interviene Paolo – piacerebbe chiedessero cosa mi spinge a proseguire e cosa viglio esprimere con la mia musica. Prima di chiudere vorremmo salutare e ringraziare il nostro amico Max, attualmente negli Usa, per il supporto in fase compositiva e aver suonato l’armonica nel nostro disco. 

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