Inutile provare a (de)scrivere il livello di attesa per questo live, perché certe sensazioni non le puoi acciuffare con qualche bella parola buttata in prosa, e la spasmodica frenesia di vedere Bobby Gillespie ancheggiare su di un palco capitolino è oltremodo cresciuta nel tempo a causa del forfait forzato dell’anno scorso, quando la band cancellò tutte le date del tour a causa del famoso incidente on stage, che bloccò il frontman a letto per tre mesi circa.

Lo ritroviamo invece in forma smagliante, con le consuete movenze istrioniche tra il rocker compassato e lo scimpanzè irrequieto, col suo passo dinoccolato e gli sguardi in bilico tra il sempiterno ragazzino e il compassato junkie sotto botta. Con i Primal Scream però non sai mai cosa aspettarti perché, se è vero che il loro eclettismo è da sempre un’arma a doppio taglio (qualcuno li accusa di non avere mai espresso in fondo una loro personalità, ma di avere “solo” riletto e fuso tra loro tradizioni all’apparenza inconciliabili), se uno resiste alla tentazione di sbirciare dei video sul Tubo allora potrà essere colto da qualche piacevole sorpresa.

Oddio, a proposito di cose inattese, devo dire che non avevo mai visto un concerto all’Ex Dogana, e il primo impatto è una scenografia tanto surreale da far pensare di stare sul set di una puntata di Black Mirror, visto che in pratica il palco è sito esattamente sotto la Tangenziale Est, e durante la prima mezzora di live, alzando lo sguardo, si possono ancora vedere le auto passarci sopra la testa… Tornando a noi, gli scozzesi optano per un suono rock tout-court, con la chitarra di Andrew Innes come catalizzatore elettrico a marchiare ogni brano con un’effige Stonesiana riconoscibilissima, di quando le Pietre Rotolanti si nutrivano a quattro palmenti al Banchetto dei Mendicanti, ma pur sempre scossi da quell’ipnotico incedere sguaiato che fu del Brian Jones di ‘Their Satanic Majesties Request’.

Fa piacere ritrovare una vecchia conoscenza come Martin Duffy (già con Felt e Charlatans) ingobbito sul fondo del palco sulle sue tastiere, mentre finalmente si vede dal vivo Simone Butler, la brava bassista che li accompagna da turnista in tour ormai da cinque anni, integrandosi alla grande col suono senza tempo della band di Glasgow.

La scaletta in fondo non riserva grandi sorprese e quelle che vengono eseguite sono le hit dai loro album più celebri (peccato che in questa data abbiano lasciato fuori del tutto un signor disco come VANISHING POINT), con una predilezione appunto per il loro repertorio più classicamente Rock: ‘Jailbird’, ‘Dolls’, ‘It’s Alright, It’s OK’, ‘Country Girl’, ‘Rocks’ sono cantate a squarciagola come fosse l’ultimo concerto sul pianeta Terra, così come sono già entrati in circolo anche i brani dell’ultima fatica CHAOSMOSIS, con una menzione speciale per ‘100% Or Nothing’, che sembra venir fuori dal cilindro gotico dei Sisters Of Mercy più tirati e plumbei.

Se è vero che XTRMNTR è stato al tempo una mazzata electro particolarmente riuscita, l’estratto ‘Swatika Eyes’ viene spogliato ed elettrificato quanto basta per renderlo un incubo ad occhi aperti, sorretto da un arpeggio in minore su cui Bobby abbandona le posture molleggiate alla Mick Jagger per essere posseduto dallo spirito altamente inquieto di Rozz Williams, finito chissà come a cantare qualche minuto coi Danse Society! La loro musica è prossima al teletrasporto di Star Trek, ed eccoli prima rileggere ancora una volta ‘Slip Inside This House’ dei 13th Floor Elevators e a far (e)saltare i fan della prima ora con ‘I’m Losing More Than I’ll Ever Have’, proveniente dal loro album omonimo, mentre la febbre sale con i brani di SCREAMDELICA, come era lecito attendersi: ‘Movin’ On Up’ apre le danze, ‘Loaded’ viene dilatata dallo stesso pubblico, che riprende il celebre refrain facendolo diventare un tormentone, tanto da stupire il gruppo stesso, che a fine brano riattacca il tutto con un’enfasi funky sotto le schitarrate di Innes, che se la ride sotto il suo immancabile cappello.

L’apoteosi arriva coi bis, prima con l’ipnosi lisergica pura di ‘Higher Than The Sun’ (la ‘Incense and Peppermints’ della sua generazione, per chi scrive), e una conclusiva versione di dodici minuti e passa di una ‘Come Together’ in costante equilibrio tra dub, rave e psichedelia dai colori accesi e pulsanti.

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