di Paolo Pescopio

Ogni cosa ha il suo spazio, il suo tempo e la sua voce. Così, si può raccontare la stessa storia in tanto modi diversi, da tanti punti di vista lontani. I ricordi, dunque, diventano immagini di un passato che al contempo sembrano appartenerci e rappresentarci, così come si dimostrano distanti da quello che avevamo vissuto, artefatti di un tempo perduto.
Circensi” di DiLeo è un racconto in musica di tutte queste sensazioni, che al filo dei ricordi si attaccano e staccano, amplificati e visti attraverso la lente (concava) del tempo.

E DiLeo realizza un album intimo, con i suoni minimali di chitarra, piano e voce a mettere i mattoni intorno cui volteggia leggero il sassofono di Bruno Tomasello., fondendosi alla perfezione e scegliendo la voce e il suono più adatti per non invadere l’aria – densissima – che permea le canzoni, un’atmosfera sospesa e in bilico, in equilibrio perfetto sopra il vuoto, come la title track sembra suggerire.
L’andamento quasi swing di “Appesi a un filo” inciampa nel ritmo cadenzato di “Circensi”. La voce mai eccessiva, sempre misurata e toccante di DiLeo si muove con grazia tra gli arpeggi di “Eri bella davvero” per atterrare e ripartire sul suono quasi grunge di “Pelle”, probabilmente il brano migliore del disco, titolo in lizza con “Im.mò.bi.li”, dove l’elettronica fa capolino chiedendo permesso.
Circensi” è un disco delicato e luminoso, di quella luce mattutina, rarefatta e fragile, che come tutte le luci crea anche ombre, ma non se ne lascia mai sopraffare. Un disco bello, da ascoltare con attenzione, nel silenzio di una stanza in penombra.

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