Le mille connessioni spirituali ed estetiche fanno di questo esordio un vero gioiello della scena elettro-pop italiana… dalla Ciociaria arrivano i Random Clockwork con questo primo disco ufficiale dal titolo “Wires” prodotto e scritto in collaborazione con Valerio D’Anna dello studio Domus Vega. Impensabili previsioni ma soprattutto trasgressive estensioni di suono in un combo di sint e chitarra elettrica guidate dalla sensualità della voce Danila Monfreda, unico vero appiglio per chi dall’esterno tenta di codificare una macchina così elaborata come quella dei Random Colckwork. Un sound che forse mancava dal nostro artigianato digitale. I rimandi ai grandi cliché, in definitiva, non sono poi così scontati. Il rock diviene urbanizzato all’era del futuro dove poche sono le soluzioni non programmabili da computer. Poche… ed il risultato è di grande umanità.

Noi parliamo di rock anche inteso come modo di vivere la musica, di stare al mondo… più che come genere. E il vostro mood è troppo lontano da quel cliché del rock come comunemente lo intendiamo. Ma penso che in un disco come “Wires” ci sia tanto “rock” dietro le quinte. Non è così?
In realtà lo facciamo anche noi, in tutti i sensi. Da quando è nato il rock, ovvero musica invasiva sia da un punto di visto sonoro che di tematiche, non ha mai mantenuto gli stessi cliché. Basti pensare alle varie evoluzioni, 60-70-80-90. A modo nostro preserviamo la tradizione, con un sound contaminato, e con tematiche non propriamente pop. E questo è solo perché siamo così anche nella vita. Non ce lo ha ordinato il medico insomma.

Dagli anni ’90 avete ripreso l’atteggiamento e lo spirito. Ma da questo futuro avete ripreso l’infinita scala dei suoni da modulare. Come avete gestito appunto le infinite possibilità per scegliere la vostra direzione?
È stata e sarà sempre una fantastica esplorazione, seguendo semplicemente il cosiddetto flusso creativo. Poter dare un particolare sound ad ogni singolo brano è un’opzione irrinunciabile per noi. Certo non avere paletti ha i suoi contro, ovvero tempi di sviluppo più ampi. Ma il gioco vale decisamente la candela.

Ecco una domanda assai rock: non pensate che aver poco sia una chiave per costruire le cose? Il rock si faceva con 3 strumenti. “Wires” ci arriva come un’opera monumentale prodotta da infiniti suoni…
Alcuni tipi di rock sono stati decisamente più “orchestrati” a livello strumentale, basti pensare al prog anni 70, oppure ai Muse ed i Nine Inch Nails negli anni 90. Sicuramente apparteniamo a questa schiera. In generale crediamo che per restare nel cosiddetto macro genere, l’importante sia mantenere un certo tipo di concretezza sonora, tutt’altro che innocua ed evanescente.

Le maschere di animali. Anche se nel video venite allo scoperto. Cosa rappresentano per voi?
Potremmo parlare della fascinazione che subiamo da parte delle altre specie viventi, che insieme alla natura (intesa come cosmo) hanno ispirato diversi episodi dell’album, ma la verità è che ci siamo innamorati di quelle particolari maschere come puro elemento scenografico, che potesse suggestionare ulteriormente lo spettatore durante i nostri concerti. Le Low Poly Mask della Wintercroft per il loro design minimale “8bit” e quelle sound reactive dell’Outline Montreal, rappresentano per loro stessa natura l’esatta mediazione analogico/digitale che caratterizza la nostra musica. Quindi perfette per noi.

Eppure questa cover che avete scelto di dare al disco sembra una risposta analogica di quiete alla tempesta digitale che ci aspetta lungo tutto l’ascolto…
La quiete prima della tempesta per l’appunto. Ma anche l’essenza viscerale ed emblematica che sta alla base di ogni singolo brano.

A chiudere: da poco il video di “Memento”. Anche qui un ritorno agli anni ’90, un ritorno alle radici “analogiche” della vita… non è così?
Forse inconsciamente è così. Ma in realtà il tema della memoria, e di come sia lei la vera protagonista nella determinazione di ogni singola individualità, ci ha affascinato da sempre, ispirando addirittura tutta una rosa di brani nelle nostre primissime produzioni. Con Memento abbiamo chiuso il cerchio per così dire.

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