Esordio acustico per la band reggiana I Problemi di Gibbo. Si intitola “Sai dirmi perché?”, autoproduzione che vede la luce nel mese di febbraio dove il suono accompagna l’ascolto tra altalene gustose in bilico tra presente digitale e passato “rock” di chitarre elettriche ed acustiche. E le liriche ci ricordano di questo tempo e di questa frenesia quotidiana che condiziona il modo di vivere, i rapporti diretti, l’amore e le passioni sociali. Un disco semplice, una scrittura trasparente, un lavoro scevro di presunzione e arroganza. Qualcosa di bello da far scorrere dentro un giorno qualunque di questa vita che ci vede troppo impegnati a conquistare il podio sociale, qualsiasi cosa significhi per ognuno di noi. Leggera e ricca di un fascino spensierato anche la copertina curata dallo street artist Simone Ferrarini.

Noi iniziamo sempre le nostre interviste parlando di “rock” da intendersi come modo di vivere la musica più che come genere. Ecco: quanto è “rock” questo vostro esordio?
Se non parliamo di genere, bhe… possiamo dire di aver avuto un approccio abbastanza rock. Se per “rock” intendiamo tutto quello che va al di fuori di certi schemi, di certi canoni… Il nostro primo lavoro è stato di certo una grande avventura, molto al di fuori degli schemi. Ci siamo dovuti scontrare con un certo “modo” di fare le cose, quello che è la normalità nella produzione di un disco. Fin dall’inizio abbiamo avuto la presunzione e la necessità di voler curare ogni singolo aspetto della produzione, dovendoci conquistare con pazienza la credibilità che giustamente chi è alle prime armi non ha. Abbiamo imparato tanto e abbiamo fatto anche diversi sbagli, ma la soddisfazione più grande è stata quella di vedere che il nostro lavoro ala fine è stato capito ed apprezzato. Testardi e ingenui, secondo noi molto rock…

Un confronto tra suoni acustici e tecniche digitali. Dove andreste per stare bene? In quale direzione artistica vi riconoscete di più?
Noi pensiamo che entrambe le cose possano coesistere. Siamo sempre più convinti che per un certo tipo di musica questa sia una grande opportunità. Ogni genere ha il suo timbro stilistico, e troppo spesso si tende a semplificare. Oggi ci sono tante possibilità per sperimentare un certo tipo di suoni elettronici, anche partendo sempre da una base acustica più classica. Stiamo ancora cercando il nostro suono, il nostro mondo. Da questa prima esperienza abbiamo imparato tanto e non vediamo l’ora di vedere dove ci porteranno le prossime produzioni.

Un lavoro dolce, dagli arrangiamenti pacati e senza scossoni alla tradizione. Come mai non avete cercato qualche bizzarra uscita di pista visto che ormai sembra essere la norma?
Non abbiamo mai pensato di fare musica seguendo la moda. Non crediamo che stupire a tutti i costi, sia il giusto modo per veicolare un messaggio. Ma questo non vuol dire che non siamo aperti alla sperimentazione. Crediamo molto nella necessità di far condividere il mondo sonoro classico con quello che oggi la tecnologia ti mette a disposizione. Di sicuro con i prossimi lavori avremo modo di sperimentare e miscelare con più padronanza le due cose. Sempre rimanendo fedeli al nostro modo di fare musica, e puntando alla bellezza della semplicità.

Un bellissimo video che più di certi suoni rimanda proprio a quel carattere anni ’80 e ’90. Sto parlando ovviamente di “#Buonumore”… come nasce?
Per noi il mondo dei video è una cosa totalmente nuova. Siamo convinti che il connubio tra musica e immagini possa portare a grandi risultati, ma quando abbiamo iniziato, non avevamo ben chiaro come muoverci.
L’unica cosa di cui siamo sempre stati sicuri, era che non volevamo presentarci utilizzando il classico linguaggio stilistico che accompagna solitamente i video musicali. Pensiamo che sia più forte ed evocativa un’idea originale, piuttosto che un video dove sia più curata solo la parte tecnica. Da qui nasce il video di #Buonumore, ma anche il video del singolo precedente “Come tu mi vuoi”. Sono nati entrambi da una nostra idea che abbiamo poi realizzato curando coreografie e montaggi. Anche questo è un mondo che stiamo imparando a conoscere e che in futuro riusciremo sviluppare con più consapevolezza.

E secondo voi perché nell’indie italiano oggi si cerca sempre un ritorno a quel periodo?
Su questo non abbiamo un’idea precisa. Si sa che ciclicamente la musica del passato torna ad influenzare quella del presente. Noi non siamo particolarmente legati al periodo degli anni 80. I musicisti in generale fanno fatica a vedere qualcosa di buono nelle sonorità di quel periodo (sonorità, non contenuti). Poi si sa, ci sono le mode, e il mondo musicale più commerciale è legato a questa logica. Noi ci riconosciamo più nelle sonorità anni 90, più crude ed essenziali, ma anche più difficili da riproporre in chiave moderna.

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