“Lo so che Plurale Unico è un titolo assurdo. So anche che è impronunciabile e cacofonico ( … ). Volevo che fosse un evento unico per persone come voi, che, sento, aspettano da tanti anni un concerto così.”

Queste sono, più o meno, le parole di Samuele Bersani che spiegano in breve cosa sia stato il concerto-evento del 30 maggio, tenuto all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Un concerto unico, atteso, composto da una pluralità di artisti, suoni e canzoni, che non ha deluso le aspettative delle circa duemila persone che gremivano la bellissima e imponente Sala Santa Cecilia. Lo hanno dimostrato i lunghi applausi e l’atmosfera assorta e trasognata in cui mi sentivo avvolta.

Un’esibizione di musica, parole e riflessioni. Impeccabile anche nelle sue piccolissime imperfezioni, nel modo esitante di raccontare e raccontarsi che appartiene a Samuele Bersani. Vederlo sul palco mi ha fatto provare diversi sentimenti: una maggiore ammirazione per la sua musica, la professionalità, l’autoironia e anche tenerezza per i suoi modi un po’ impacciati. Ho sorriso dinanzi ai passi di danza maldestri e, nel contempo, belli con i quali accompagnava i pezzi più ritmati; sono rimasta incantata dalla confidenzialità con la quale si rivolgeva al pubblico, dalla sicurezza e dal rispetto che aveva mentre dirigeva i sei meravigliosi elementi della sua band e lo GnuQuartet.

Uno spettacolo di oltre due ore e mezza, in cui Samuele Bersani ha ripercorso la sua carriera, insieme ad alcuni importanti artisti italiani (musicisti e non solo), fortemente voluti sul palco in quanto ammirati e stimati dal cantautore. Il concerto è stato aperto da Dario Argento che ha recitato alcuni versi de “Il Mostro”, canzone dell’album di debutto “C’hanno preso tutto”, del 1992. Dopo il famoso regista, si sono avvicendati Alessandro Haber, Malika Ayane, Marco Mengoni, Piera Degli Esposti, Musica Nuda, Pacifico, Fabio De Luigi, che, nel suo monologo, ha dato voce al “leggìo – compagno di vita” di Samuele Bersani, e ancora Carmen Consoli, Caparezza e Luca Carboni. Il duetto con quest’ultimo, particolarmente intenso, è stato il momento dedicato a Lucio Dalla. I due musicisti lo hanno evocato sul palco e omaggiato cantando “Canzone”, le cui parole sono state scritte da Samuele Bersani, musicate ed interpretate dal grandissimo musicista scomparso.

Ventidue sono stati i brani eseguiti e arrangiati in maniera del tutto nuova, utilizzando anche strumenti etnici e popolari, come la fisarmonica, l’ukulele e le percussioni.

Non saprei dire quale sia stato l’istante più bello perché, almeno per me, tutto il concerto è stato emozionalmente impegnativo e affascinante. La tensione emotiva, che si creava in alcuni momenti, veniva stemperata dalle battute e dai discorsi del padrone di casa, il quale riusciva a far sorridere il pubblico, forse anche un po’ a tranquillizzarsi, e a far scattare l’applauso, creando così un’altalena di sensazioni che spaziavano dalla leggerezza alla trepidazione, alla suggestione.

Ho sempre amato, seppur a periodi alterni, l’universo musicale e cantautoriale che l’artista Bersani esprime e sono rimasta impressionata anche da ciò che l’uomo ha mostrato durante il concerto: l’entusiasmo e la sincera ammirazione verso i suoi ospiti, la sensibilità con cui si relazionava, l’attenzione per il sociale (con Pacifico ha scritto la canzone “Le storie che non conosci”, il cui ricavato della vendita è devoluto alla Fondazione LIA), la palpitante commozione nel ricordare Lucio Dalla. E sono stata colpita anche da “Ho la fortuna di poter ascoltare molta musica. Mi alimento di concerti.”. Frasi che mi hanno dato dimostrazione della sua grandezza e del fatto che non sia un artista autoreferenziale, così come, invece, “quel cantante/Che non ascolta mai la musica/ Oltre alla sua in ogni istante (…)”, tratteggiato da Samuele Bersani ne “Lo scrutatore non votante”.

Un concerto, come avrete capito, vivo e profondo, che non vedo l’ora di riascoltare nel cd/dvd che sarà realizzato, spero, presto.

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