Quello che rinfranca nell’immediato post-concerto, mentre una carovana umana procede sgambando con lentezza verso l’uscita manco fossimo in una scena indoor di ‘The Walking Dead’, è la consapevolezza di un’esibizione che non ci saremmo mai aspettata in questi frangenti. Per capirci meglio ed esprimere un concetto con più franchezza: in molti sfottono non poco il musicista inglese per questa sua incarnazione “solista”, dopo la fuoriuscita da un’istituzione del pop come i New Order, accusandolo anche di aver messo su una sorta di cover band deluxe, ad essere magnanimi.

In tutta sincerità anche il sottoscritto era tra questi ma forse mi nutrivo di un preconcetto senza aver dato il giusto diritto di replica al buon Hooky, vale a dire la prova del fuoco che si consuma sul palco. Lo scenario prescelto suscita altresì curiosità, poiché si tratta del Warehouse, che si staglia ad uno svincolo della Salaria e dunque zona poco battuta (…) e più celebre per ben altre attività d’intrattenimento (le concessionarie d’auto, cos’avete capito?!) che non la musica dal vivo, e per consuetudine una discoteca frequentata da maniaci dell’unza-unza maranza da week-end, con ormoni e neuroni in libera uscita.

Devo dire però che, se all’oscuro di quanto detto, il club si presenta con luci giuste e spazio adeguato, rispetta la puntualità sull’orario d’inizio e soprattutto offre un’acustica più che discreta, considerando la logistica. Tornando a bomba, il concerto lascia il segno per diversi aspetti, in primis la durata decisamente elevata che si protrae per oltre due ore e mezza di musica, considerando che in pratica la band suona tre set ben distinti: il primo dedicato solo a brani dei primissimi New Order (soprattutto quelli dell’esordio ‘Monument’, dove lo spirito irrequieto di Ian Curtis ancora infestava liriche e note di austera mestizia), mentre la seconda parte, molto più estesa e attesa, propone una scaletta di soli brani dei Joy Division. Alle spalle del gruppo un drappo gigante con la copertina di ‘Unkown Pleasures’, a ricordarci che stasera sentiremo il seminale esordio dei JD nella sua interezza, sebbene in realtà anche ‘Closer’ sarà proposto integralmente in un terzo set specifico, e non solo…

Chi fosse arrivato un filo impreparato alla serata, magari sarà rimasto colpito nel vedere che Hooky non suona il basso, mansione demandata a suo figlio (!) Jack Bates , che difatti ripropone fedelmente quei giri di basso che resero famoso il babbo (poi dice che i geni non contano…), mentre il resto della ciurma è composta dal chitarrista  David Potts, da Andy Poole alle prese con synth e keyboard, nonché da Paul Kehoe dietro pelli e tamburi (i più attenti, invece, avranno notato che questa formazione è tutt’altro che improvvisata, visto che in pratica sono i Monaco sotto nuove vesti!).

Bisogna ammettere che il leader è in gran forma, armeggia con rinnovata disinvoltura sulla sua sei-corde mentre canta con perenne tonalità cavernosa, ancora una volta “Curtisiana” di ritorno, mentre il suono che ne viene fuori dagli ampli è esattamente quello che ci si aspetta in tutte le sue sfumature, che si tratti delle dissonanze iniziali di ‘Atrocity Exibition’ o delle “tastierine” che ritmicamente fragili sorreggono ‘Decades’. Il pubblico numeroso, dal gotico sopravvissuto alle intemperie delle mode al coattello che s’è fatto una cultura musicale sul web, è completamente andato, preso tra le spirali dei propri ricordi formativi ed emozionali, tanto da lasciarsi andare a cori minimalisti del tutto inaspettati su ‘Isolation’, ‘New Dawn Fades’, ‘Disorder’ e ‘She’s Lost Control’. Anche il vostro umile e affezionato scribacchino si lascia prendere la mano con facilità disarmante, soggiogato come vittima di una mantide religiosa tra le note di ‘Day Of The Lords’ e l’incalzante refrain post-punk di ‘Interzone’.

Quando riescono per l’encore finale, siamo già tutti più che satolli, ma per gola ci lasciamo ancora avvolgere dalla cupezza del mantra di ‘Atmosphere’, dalla death-disco di ‘Transmission’ e la sua danza macabra scandita da note di basso che riconosci in un istante, per poi chiudere il cerchio con ‘Love Will Tear Us Apart’, l’inno per antonomasia di tutti i fallimenti esistenziali dell’Occidente, che si canta come un coro da stadio a pieni polmoni ma che dentro brucia e provoca un dolore incalcolabile. Oggi come ieri. E come domani.

This is the way, step inside…

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