A sette anni dall’ultimo disco, torna Pacifico all’Auditorium Parco della Musica di Roma con Bastasse il cielo Tour.
In una serata fatta di nuove canzoni e grandi successi del passato, Pacifico ha dato vita a un esperimento musicale unico nel suo genere, mai sentito prima d’ora in Italia. Un concerto dalle sonorità internazionali, a tratti parigine, scandito da una metrica e da testi più asciutti rispetto al passato.
La paternità, l’amore, la scrittura, la necessità di vivere e scrivere ogni passo quotidiano delineano quest’artista a trecentosessanta gradi. Le sue canzoni raccontano, parlano, trasportano in luoghi lontani ma tangibili nelle menti del pubblico. Un onirico scrittore e un tangibile sognatore, capace di espandere il proprio, e anche il nostro, immaginifico mondo interiore davanti i nostri occhi.
Prima del concerto abbiamo incontrato Pacifico per questa breve intervista.

 

Pacifico

Intanto bentrovato Gino. Come sta andando la tournee? Che impressioni hai avuto da queste date italiane?
Sono molto contento perché c’è un elemento di imprevedibilità nel concerto che prima avevo sempre tentato di controllare, la band in particolare. C’è una maggiore libertà e questo un po’ mi inquieta e un po’ mi diverte. Quindi ci sono degli aspetti inediti anche per me. Poi il fatto che mancassi da tanto fa si che la gente venga perché un po’ gli sono mancato. E questo affetto e il fatto che sappiano già le canzoni nuove a memoria, insomma, rendono belle le serate.

 

A proposito di questa mancanza, sono passati sette anni da un disco unico come Una voce non basta. Un lavoro coscientemente anomalo per un cantante. È come ammettere “voglio collaborare, facciamo qualcosa di nuovo, ma tutti insieme”. Solitamente i cantautori sono piuttosto gelosi dei loro testi. Tu invece hai espresso il concetto contrario.
Oggi dopo sette anni in Tibet di silenzio discografico, passami la battuta, ritorni con quello che può essere il seguito di quel lavoro insieme. Un passaggio da una comunione di voci a un cielo che a volte non basta. Cosa c’è dentro questo nuovo lavoro di sette anni?
Essendo io molto autore, mi divido schizofrenicamente tra musica e scrittura. Una voce non basta è stato un cambiamento per me stesso. È stato cercare le motivazioni che prima trovavo proprio nei miei testi in altri autori. Quindi ho dovuto usare questi cantanti come muse. Pensavo “cosa mi piacerebbe cantasse Manuel” o “cosa mi piacerebbe cantasse Cristina Donà”. E li le canzoni sono venute molto facilmente mentre prima ero bloccato.
Invece in questo ultimo disco i testi mi venivano facilmente ma avevo bisogno di più musica, quindi più che di voci ho avuto bisogno di tanti musicisti sparsi per il mondo. Che poi è quello che mi è successo in questi sette anni, anche se non è dichiarato… sono diventato padre tardivamente, mi sono trasferito a Parigi, ecc. Quindi sono cambiate tante cose, è cambiata la mia vita, il mio tempo.
Però alla fine è come se avessi fatto un paio di dischi prima che sono rimasti nell’ombra, che non sono usciti, che non so se mai usciranno, postumi forse. Per arrivare a questo, più sereno, come se avessi fatto una specie di travaglio e poi Bastasse il cielo.

E Parigi quanto ti ha cambiato?
Tanto. Anche se non c’è un pezzo nel disco, ho scritto dei pezzi su Parigi che poi non ho inserito.
C’è però A casa che è la descrizione di questa scena che vedevo tutte le mattine andando allo studio a Parigi. Ci sono molte persone che rovistano nei bidoni della spazzatura cercando abiti o alimenti. Una scena purtroppo ormai comune nelle metropoli, mentre a Parigi è molto forte.
Poi Parigi c’è un po’ nel linguaggio, nella famiglia, nella ristrettezza dei tempi. La città la trovo molto dura. Questo modo di vivere ha asciugato molto quello che scrivo, sono più concreto e abuso meno della malinconia, come invece i cantautori fanno.

 

Sai che il mio sogno è scrivere una frase come “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”? Una frase così asciutta, così amara, perfetta, senza retorica. Quindi lavoro ancora per quello.

 

PacificoEffettivamente i tuoi testi sono una somma di tante piccole cose. Delle poesie scritte in semplicità ma con una profondità incredibile. Penso a Molecole. Secondo me il tuo segreto sta li, nel riuscire a cogliere i momenti, raccontarli con parole comuni e al tempo stesso ricercate. C’è un testo che nel nuovo lavoro che ti ha segnato, la chiave di volta che ha dato il passo a tutto il disco?
Credo che il segreto sia proprio un’asciugatura dei testi.
Sai che il mio sogno è scrivere una frase come “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”? Una frase così asciutta, così amara, perfetta, senza retorica. Quindi lavoro ancora per quello.
La cosa che ho fatto in questo disco è cercare di bilanciare il peso dei testi con la musica. Il cantautore spesso scrive due pagine di testo e poi cerca di arrangiarci la musica. Invece in questo caso volevo avere tanta musica, quindi il cambiamento è un po’ un ritorno perché io ho cominciato a scrivere i testi a quarant’anni, prima ero solo un musicista.
Il disco è un ritorno un po’ alla musica, per quello ho messo tanti archi, tanti fiati, tanti altri musicisti.

Parlando di inizi, come mai il nome Pacifico? È un progetto Pacifico in realtà…
Si, ci sono due motivi. Uno è che avevo fatto una canzone che avevo firmato con Luca Gemma, Rosso Maltese, per Fiorella Mannoia che è Apri la bocca (e fai fuoco) che lei cantò. Poi uscì una recensione su L. De Crescenzo e il recensore disse “Luciano De Crescenzo”. Così per non confondermi cambiai.
Il secondo riguarda i miei primi provini. Quando ho presentato i primi provini, tardi anagraficamente, avevo una voce più in falsetto e sembravo un ragazzino per tutti i discografici. Allora mi sono inventato uno pseudonimo perché ormai conoscendomi avrebbero avuto da ridire sulla mia età. E invece Pacifico lo volevano tutti perché pensavano fosse un venticinquenne. Poi il nome rispecchiava un po’ il mio temperamento esteriore, perché dentro sono un disastro.

Piccola regressione temporale. Consentimela. Ero in macchina nel traffico di Roma, una cosa non facile. La radio ha iniziato a cantare: ”Le barche sulla sabbia sparse alla rinfusa, spogliate e capovolte al sole, sul fianco il nome di una donna caro al pescatore…”.
Scritta a Fregene tra l’altro quella canzone.

 

La scrittura è diventato il posto dove mi sento fuori dall’età, dall’invecchiamento. Mi sento diverso da come appaio. Sono meno controllato, più libero, meno rigido. È diventata una salvezza crudele a volte. Però va dappertutto.

 

PacificoDa li si è notato il tuo modo diverso di scrivere musica. Poi Facebook, i tuoi racconti, le tue foto. Come, veramente, se non ti bastasse la musica ma spaziassi in tante altre sfaccettature.
Guarda, da quando ho scoperto la scrittura è diventata una compagnia quotidiana. Io scrivo note in continuazione, scrivo mail lunghissime, prolisse. È diventata per me come la corsa per i miei amici atleti, che se non corrono due giorni si sentono male.
La scrittura è diventato il posto dove mi sento fuori dall’età, dall’invecchiamento. Mi sento diverso da come appaio. Sono meno controllato, più libero, meno rigido. È diventata una salvezza crudele a volte. Però va dappertutto. Sto scrivendo libri, opere teatrali. Sto scrivendo anche per i concerti, vedrai, stasera farò dei monologhi. Non riesco a tenerla solo nella canzone.

Prima hai parlato della frase di Tenco (“Mi sono innamorato di te perché non avevo niente di meglio da fare”, ndr) come di un capolavoro assoluto. In realtà una frase simile l’hai scritta: “È la tenerezza che ci fa paura”. Come sei arrivato a scrivere e pensare questa frase per un’artista come la Nannini?
Perché in realtà Gianna quella cosa li ce l’ha molto forte dentro, aveva solo bisogno di fare un incontro, anche se aveva già fatto la storia della canzone italiana.
Quando abbiamo scritto quel pezzo ho visto che lei non aspettava altro che incontrare quella frase. Perché lei ha questa cosa nella voce che si proietta nella persona. Questa energia, questa forza, questo entusiasmo. Quindi ha questa dolcezza che può venir fuori così…
È un po’ come Vasco Rossi, quando esce fuori la dolcezza da Vasco ti tocca sempre di più.

Dal 2001 con Pacifico ad oggi con Bastasse il cielo ne è passata di acqua sotto i ponti. In quale direzione vorresti proseguire?
Come autore sto scrivendo ancora, ho finito il nuovo disco della Nannini. Lo racconterà lei, ma è una cosa nuova anche per tutti. Poi sto scrivendo per altri artisti. Sto provando a scrivere in Francia, anche se ho difficoltà sul testo e sul modo di scrivere la musica francese. Insisto quietamente ma non mollo.
Infine voglio provare a scrivere un libro. Ho un paio di idee ma mi spaventa sempre quella dimensione. Però ho un’idea, prendo coraggio e vado.
I concerti proseguiranno, faremo delle date estive. Ho riaperto dopo sei anni di astinenza a quello che faccio, voglio portarlo in giro in modo che la scrittura arrivi a più persone. Credo che i prossimi anni sarò più presente.

 

Insisto quietamente ma non mollo… ho un’idea, prendo coraggio e vado.

 

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