Ne avevamo parlato di questo disco e lo avevamo coccolato per bene. Nuove frontiere della canzone d’autore, l’avevamo detto e a quanto pare, quel suono digitale che Ottodix sperimenta ormai da anni (come tanti suoi colleghi), oggi sembra essere divenuta la cifra stilistica anche del pop più becero, quello da cassetta, quello delle televisioni. E non stiamo qui a decantare di nuovo questo “Micromega”: e chi non lo ha già fatto, oggi ha una nuova occasione per ascoltarlo. Esce l’edizione in VINILE ed è un bellissimo oggetto da avere a prescindere. Che poi a farlo suonare si resta inchiodati dalle verità in salsa poetica (ma senza alcuna presunzione di stile letterario) che il cantautore “beat” (o meglio diremmo “bit”) sa come vendere e seminare alla pubblica piazza. Interessante anche il nuovo video diretto dall’immancabile Flavio Ferri che ultimamente sta segnando a fuoco molte belle produzioni. E nel futuro digitale – quasi robotico – di Ottodix, è in questo connubio che troviamo la ricetta per avere ancora un piede ben saldato a terra.. Il risultato ha forme non prevedibili a priori, come leggo tra le righe di questa bellissima intervista.

Una ristampa in VINILE. Direi che però non è solo questo il vero protagonista della nuova voce di Ottodix. Anche un disco live e…
Si, la ristampa in vinile è una cosa di cui sono molto contento, era il momento di farlo. Micromega, viste anche le tematiche trattate, è divenuto a suo modo un classico e la cosa mi ha davvero sorpreso perché non lo dico io, ma lo dice la critica. Aveva bisogno di un’edizione “classica” da far sopravvivere alle mutevoli mode dei formati digitali. Per quanto riguarda il disco (doppio) live, in digitale, invece, è uno sfizio che volevo togliermi da tempo. “RadioStudioSessions 2009 > 2019” è in sostanza una raccolta di brani presi da ben 5 album, registrati in alcune sessioni in studio fatte con la band alla fine di ogni tour. Ho sempre avuto questa urgenza di voler testimoniare il lavoro fatto dalla band durante l’evoluzione di un disco in live, li miglioramenti, le finezze, l’affiatamento, il sound. Tutte cose che nelle versioni album non ci sono per forza di cose. Ecco, è una raccolta di versioni live registrate a porte chiuse, di brani anche meno noti che non sono stati scelti negli anni come singoli. Il secondo dei due album è un intero live (con intervista) eseguito e trasmesso in diretta nazionale in Slovenia, dagli storici studi di Radio Capodistria, con pubblico in sala. Un modo per ascoltare la versione live integrale di Micromega, eseguito nell’ordine tematico esatto, dalle micro particelle di “CERN” al viaggio onirico nel “Multiverso”. Potrete vederlo live anche con quartetto d’archi e scenografia al Teatro Miela di Trieste il 6 aprile, il 25 maggio a Levico Terme (TN) nel Forte delle Benne e il 14 giugno a Monastier (TV), tra le rovine della suggestiva Abbazia del Pero, all’aperto.

Flavio Ferri. Ormai pare esser divenuto – se mi permetti il gioco di parole – il nostro Nile Rodgers. Diverse le sue produzioni e spesso è il carattere elettronico e orchestrale il suo punto di forza. Dicci di “Micromega”. Com’è divenuto grazie a lui?
Si, diciamo che attorno a lui, che vive a Barcellona, si sta creando un notevole interesse e sono molto fiero di avere contribuito a questo strano asse internazionale di sound italiano. Anzi, mi sto permettendo di allargarlo col prossimo album, anche a Berlino, coinvolgendo anche Flavio, in una sorta di triangolo europeo che cominci a guardare in un modo finalmente nuovo alla musica italiana. Ne parlava lui stesso. Mi fa sorridere (e forse anche a Flavio) che si associ sempre il suo contributo alla parte elettronica e orchestrale. Se sapeste quanta elettronica e quante orchestre (mie) ha dovuto sfoltire per farsi spazio nei miei provini! Non si direbbe, ma lui ha un’attitudine punk che ha dato un limite sano a certi miei fronzoli. Sì, perché, avendo arrangiato e prodotto i miei precedenti 5 album, non sono certo il cantautore che va dal produttore con una traccia di piano e una di voce e un’idea di base sull’arrangiamento. Molto spesso anche su Micromega, portavo provini completi nei dettagli, identici tuttora a quello che sentite sull’album, piano e orchestre (imponenti) comprese. Il grande lavoro di Flavio è stato capire il progetto, rispettare il mio mondo sonoro, impuntarsi quando una cosa era palesemente una puttanata da cestinare e lavorare di forbice e di finitura dove invece ciò che avevo portato era davvero buono. È stato un lavoro di squadra molto bello. Un brano come “Planisfera” ad esempio, nella mia versione lo consideravo pesante e di maniera. Ho dato carta bianca a lui e me l’ha rivoltato come un calzino, lasciando intatte le mie orchestre ma trasformandolo di fatto nel pezzo più importante dell’album. Avevo bisogno di cambiare metodo e francamente mi fidavo solo di lui. Per il prossimo album continueremo a collaborare affiancando addirittura una terza testa produttiva. Sarà una guerra, ma una guerra elettrizzante. Alla mia età hai bisogno di cambiare le regole del gioco.

Figurativamente, dal CD al VINILE non è un po’ come passare dal “mega” del suono al “micro” del solco?
Il suono del vinile è diverso, non lo definirei micro, ma più caldo. Inoltre è un messaggio “politico” ben preciso. Spesso si crede che perché uso l’elettronica io sia fissato con l’alta definizione del suono e la qualità cristallina, mentre ciò che mi affascina del suono sintetico è la capacità infinita di manipolazione e di ottenere arrangiamenti inediti, non tanto la purezza. Insomma, l’elettronica mi stimola le idee creando un’atmosfera onirica ideale per i miei testi. Una volta ottenuto questo, è la canzone e la sua scrittura – composizione, quello che mi interessa tramandare, non la qualità sonora. Stampare in vinile è un modo per ricordare che Micromega è un album innanzitutto fatto da nove canzoni fortuitamente buone, a prescindere dal supporto.

Oggi la parola è bistrattata in tutte le sue forme e declinazioni. E tu della parola sei un artigiano. Come vivi questa “violenza” sociale che poi alla fine si riversa anche sulla codifica e l’accettazione del tuo lavoro (come quello di tutti i cantautori)?
Beh, la vivo male ovviamente, anche se l’appellativo cantautore mi da sempre un po’ l’orticaria, applicato alla mia produzione. Sarà perché lo accosto a un mondo di ascolti che non ho mai fatto, escluso Paolo Conte e poco altro. Mi considero musicalmente figlio dell’electro pop internazionale e dell’elettronica anni ’90, dai Massive Attack, a Bjork, ai Depeche (di quegli anni), a Bowie, Goldfrapp, Garbage, Sneaker Pimps e quelle cose lì. La mia sfida è sempre stata quella di utilizzare un italiano corretto e dalle tematiche il più possibile originali e visionarie per la musica italiana, in strutture più o meno “pop”, nell’accezione più alta del termine.
Almeno ci sto provando. Quello che mi ha sempre annoiato anche di molti grand cantautori (chitarra e paglietta) è la prolissità dei testi e la scarsa aderenza a paletti metrici e eleganze formali che i moduli del cantato ti impongono nella canzone pop. Comunque tornando alla domanda originale: la vivo male. Più mi affino nell’arte di tornire e forgiare slogan, massime lapidarie, refrain killer pieni di doppi sensi, velature che solo la lingua italiana spesso può dare, più l’ascoltatore medio si allontana da queste esigenze preferendo ascoltare cose semplificate a livelli da terza elementare (e con autotune, possibilmente). È per questo che diserto sempre più i club live a favore di luoghi culturali o suggestivi come musei, biennali, palazzi storici festival culturali, teatri. Dove il pubblico viene per stare seduto e ascoltare deliberatamente. Voglio QUEL pubblico, ormai: quando lavori mesi su un testo credo sia lecito pretendere un minimo di attenzione, cosa che oggi è sempre più rara perché la capacità di concentrazione svanisce dopo 2 minuti.

Facendo un viaggio nel futuro – come guardando l’uomo dal “multi-verso” di oggi, come cercando di capire come incanalare l’elettricità che abbiamo: il suono del futuro sarà dei computer? La parola del futuro sarà solo immagine?
È una domanda più grande di me e di te. Intanto bisogna domandarsi quanto durerà il mondo come lo conosciamo. Credo che le urgenze ambientali (e di conseguenza politico economiche) dietro l’angolo spazzeranno via il nostro universo di certezze in tempi brevi e allora il problema di cosa sarà la tendenza musicale del futuro sarà davvero secondario. Una cosa la posso dire: credo che un nuovo umanesimo dei contenuti tornerà, per forza di cose, come sempre succede quando ci sono le catastrofi incombenti. Allora torneranno a migliorare i testi e di conseguenza anche accordi, composizione e melodie. L’elettronica è, e resta un mezzo al servizio delle idee e dei contenuti. Se non ci sono quelli resta solo una patina cool di suoni via via alla moda o fuori moda.

OTTODIX tornerà sulla terra? Mai pensato di fare un suono acustico di tutto questo viaggio?
Se stai cercando di strapparmi anticipazioni sul nuovo album (in cantiere)… le avrai.
Ottodix sta per tornare esattamente sulla terra, anzi, sulla Terra, con uno spin off di uno dei nove brani-livelli di “Micromega”. Insomma, un macro, uno zoom su uno dei nove gironi in cui avevo suddiviso l’universo della materia. Ci saranno le orchestre, ci saranno strumenti acustici e ci sarà molta elettronica anche più estrema, ma di fondo, cosa più importante, ci sarà un’idea unificante e molto contemporanea. C’è ancora molto lavoro da fare, però. Come sempre ho detto fin troppo.

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