La temperatura si abbassa in modo sensibile proprio questa sera che la longeva formazione scandinava torna a suonare nella capitale; pura casualità e anche un po’ banale da dirsi, ma l’atmosfera sembra essere quella giusta, con un lieve vento freddo che mi viene incontro nel breve tratto che percorro sulla Prenestina mentre mi avvicino al Traffic, oramai assunto a piccolo tempio delle sette note in nero.

Certo, di acqua sotto i ponti ne è passata dall’ultima (e unica, se la memoria non mi tira brutti scherzi) volta in cui portarono le loro storie di mitologia nordica nei pressi delle sponde del Tevere, e a ricordarlo ci pensa proprio Grutle Kjellson – voce, basso e membro fondatore della band – che lascia nel guardaroba vestigia medievale avvolta nella naftalina e posture austere che sarebbe lecito attendersi, per porsi invece in maniera colloquiale col pubblico e finanche gigione anzichenò…

Procedendo con ordine, ahimè le avversità della vita moderna non mi hanno reso possibile visionare l’esibizione degli opener Oceans Of Slumber, il cui post-black metal assaggiato da alcuni ascolti preventivi mi aveva piuttosto ingolosito, mentre sorprende tutti la prova sul palco degli australiani Ne Obliviscaris, già autori di due album notevolissimi (letteralmente presi d’assalto al banchetto del merchandise) tra black metal sperimentale, echi neoclassici, distese ambientali, ascendenze gotiche e virtuosismi jazzati in un contesto prog-metal nel senso più ampio ed estremo del termine.

Ora la densità del locale è quasi al pieno del suo potenziale, con file serrate di t-shirt di band ad hoc che si stringono da una parete all’altra, che si tratti degli Shining, dei Nargaroth o anche dei Riverside, ma tutti sono qui per rendere il loro plauso a una delle band più importanti del black metal norvegese: gli Enslaved.

Scaletta che spazia sapientemente tra passato e presente, andando a solcare specialmente i lavori degli ultimi due lustri, dalle strutture più complesse e progressive: Roots Of The Mountain, Ruun e The Watcher mettono subito in chiaro(scuro) quel è il peso specifico del concerto del quintetto, tra armonizzazioni stratificate (solito gran lavoro di Ivar Bjørnson sulle sei corde, altro membro fondatore rimasto), ritmiche serrate e mood delle melodie virili e malinconiche al tempo stesso, espresse nei crescendo avvolgenti delle timbriche vocali tra clean e harsh.

Sempre il buon Kjellson incalza i convenuti, ricordando appunto la loro data romana del lontano 1997 al Frontiera (capannone sull’Aurelia adibito a sala concerti, una delle venue capitoline più celebri degli anni ’90), ma anche scherzando quando un roadie gli rifila una bottiglia d’acqua: “No, we love grappa!!”, esclama con immensa enfasi, come avesse tracannato mezza bottiglia di genziana negli ultimi trenta secondi; si lancia in una breve ma sentita lezione Asatru che annuncia proprio Ethica Odini, per poi farci fare un salto nel tempo e nelle emozioni primordiali delle nostre adolescenze, annunciando “un brano da FROST”, una delle due concessioni al loro passato remoto: Fenris suona proprio come ce la ricordavamo, imperiosa, insinuante nel suo arpeggio mantrico in minore e pronta ad esplodere, e noi avvolti dalle lamine ghiacciate in un dolore freddo, secco , eppure in fondo così piacevole.

I brani, già lunghi e strutturati nei loro margini originali, dal vivo si arricchiscono di sfumature e guadagnano in potenza, dilatandosi nel minutaggio, e sul finale vengono ancora omaggiati BELOW THE LIGHTS e VERTEBRAE, due dei loro album più celebrati dell’ultimo decennio, rispettivamente con The Crossing e Ground, infilandoci anche una classica easter egg da burloni carnascialeschi, quando ancora un Kjellson in vena di scherzi annuncia “Ora è il momento di una cover di una band italiana, addirittura romana… Un pezzo del Banco Del Mutuo Soccorso!”, riaffermando però poi il loro grande amore per la nostra stagione del prog settantiano.

Tempo di encore, introdotto da un (breve, ringraziando le sfere Celesti!) assolo di batteria, che introduce One Thousand Years of Rain, uno dei brani più coinvolgenti del recente IN TIMES, e un finale fragoroso con la suddetta seconda concessione al passato: una fragorosa Allfǫðr Oðinn, suonata con l’esperienza di venticinque anni di esperienza ma con la medesima freschezza del 1992, quando fu incisa per la prima volta sullo storico Ep HORDANES LAND. La colonna sonora più idonea per ricordarci da dove veniamo e cosa ci aspetta. L’inverno sta arrivando…

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