Nicola Denti, chitarrista elettrico in forza alle tanto conosciute Custodie Cautelari sforna un disco di grande rock melodico dai contenuti distopici dal titolo “Egosfera”. Dalle reminiscenze di Satriani e tanta gustosa compagnia degli elettrici visionari del genere, eccovi un lavoro americano fin dentro le ossa che cerca di narrare il viaggio fantastico di un personaggio chiamato Ekow verso un centro inevitabile di egocentrismo chiamato Egosfera. Un suono internazionale per un messaggio sociale dove la bellezza per la composizione si scontra con l’eccentricità degli individui in questa società totalmente polarizzata sull’io. Dunque il rock non è morto…

Il rock non è morto dunque… sbaglio?
Assolutamente no, se non parliamo di mainstream, è ancora vivo e vegeto e lo vedo anche da una marea di interessanti band rock emergenti, nuovi artisti che hanno voglia di mettersi in gioco, di sperimentare.
Nascono continuamente nuove correnti musicali legate al rock e questo è la sua forza, è in continua trasformazione.

Noi parliamo spesso di rock… più come modo di concepire e di vivere la musica che come genere. Nonostante le sembianze del tuo suono non lasciano scampo, quanto “rock” spirituale esiste dentro “Egosfera”?
Se parliamo di rock come attitudine, allora direi che dentro Egosfera, ce ne ritrovo parecchio. Il Rock l’ho sempre visto come sinonimo di libertà. Non mi sono posto dei limiti, ho cercato di legare elementi anche lontani tra di loro, senza preoccuparmi troppo se fossero in contrapposizione: momenti acustici, metal, ballad, tempi dispari, percussioni orientali.
Ho cercato di raccontare una storia, un viaggio e di solito un viaggio è talmente vario che per raccontarlo devi spaziare attraverso diversi generi e culture musicali.

I maestri che citi e che ripeschiamo dall’ascolto spesso sono menti provenienti oltre i nostri confini. Dall’Italia che cosa hai preso?
Penso che di italiano si possa ritrovare tanto. Sono cresciuto ascoltando il progressive rock italiano dalle cassette di mio padre, grande fan del genere, dalla PFM al Banco agli AREA, le Orme, I primi album di Battiato. Abbiamo davvero una eccellenza di band e una storia sul progressive rock che andrebbero fatte riscoprire anche alle giovani generazioni.
Poi sicuramente tra le mie principali ispirazioni, Vai, Satriani e Petrucci è in comune il cognome italiano 🙂

La bellissima “By The River” ha anche connessioni africane e tribali. Come mai questa connessione, questa contaminazione?
Mi piace lasciare all’ascoltatore la più completa libertà di immaginare il proprio viaggio, e miscelando elementi provenienti da culture diverse è più semplice non dare l’idea di uno spazio e un tempo precisi. Qui sicuramente ha giocato un ruolo fondamentale il fantastico Sbibu, con cui avevo già avuto l’opportunità di lavorare in studio con I Fear of Fours, che con le percussioni ha saputo davvero creare questo mix particolare di sonorità.

Parliamo della copertina? Penso al leggendario “Tubular Bells” di Oldfield…
Hai citato uno dei miei album preferiti e una delle copertine sicuramente più iconiche della storia. Sono affascinato dalle copertine, ti potrei citare anche Discipline dei King Crimson o Dark Side of the Moon tra le ispirazioni. L’idea era quella di avere una immagine, un logo che rimanesse impresso e che rendesse l’idea di un luogo immaginario, e sono davvero soddisfatto del risultato perché i grafici con cui ho collaborato sono riusciti a rendere concreta l’idea che avevo nella testa.

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