Tenco, De André, Battiato, Ciampi e CCCP. Sono alcuni dei “mostri sacri” della nostra grande cultura musicale, quella d’autore, quella underground nell’anima e main stream nella condivisione. E lui è Francobeat… almeno così si firmava fino a ieri, così lo abbiamo sempre conosciuto. Oggi è semplicemente NADDEI, oggi si firma semplicemente con il suo cognome. E in questo progetto che titola “Mostri” rilascia 5 singoli di cui 3 hanno un video ufficiale by fucking, in cui codifica con un piglio new-wave e di elettronica ambient, questi grandi autori pescando dalla loro discografia i 5 brani che più sembravano aderenti testualmente al suo modo di stare al mondo. NADDEI, ne celebra il flusso di coscienza e quel certo carico spirituale che custodiscono con un disco dal suono personale e dalla faccia pulita… Per noi tutto questo è “rock”… onorati di averlo ospite per questa intervista.

Nuovo progetto, “nuovo” nome, “nuove” canzoni… il concetto di nuovo è relativo a quanto pare… che faccia nuova ha Francobeat?
Quando si decide di cambiare il proprio nome d’arte sotto c’è sicuramente la volontà di voler ripartire un pò da zero, rimettersi in discussione, ritrovare la pagina bianca. Sono molto grato a Francobeat per le cose che mi ha fatto scoprire, per i concetti che mi ha fatto mettere nei dischi, per la sperimentazione mescolata al pop, per le persone che mi ha fatto incontrare grazie alla sua stessa natura un pò folle.
Francobeat era molto legato al concept dietro gli album che ha fatto ed il suo mondo sonoro era molto variegato, sempre al servizio della parola e mai con un genere musicale unico e predefinito. Io ho cominciato con la musica elettronica poi ho deviato verso tutti i generi che potevo toro non è che l’ennesimo concept (il lupo perde il pelo ma non il vizio).

Perché attingere al passato dei “Mostri”?
Inizialmente “Mostri” doveva essere composto di brani dove l’artista era stato in grado di sovrapporre totalmente il suo ruolo, diciamo così, pubblico con quello privato. Quel luogo dove il pretesto della storia raccontata nella canzone fosse stato scatenato da qualcosa di intimo, viscerale e raccontato in maniera spietatamente sincera. Dopo lunghe ricerche ho capito che non c’era materiale sufficiente per farne un intero disco e che comunque il concetto era anche fin troppo contorto e non aveva a che fare con me. Ho deciso quindi di considerarlo come un buon modo per scoprire e riscoprire i “mostri sacri” del cantautorato italiano che spesso avevo snobbato senza averli mai ascoltati con attenzione. In pratica ho deciso di partire dai fondamentali proprio a favore del fatto che una bella canzone, con un bel testo in cui potevo riconoscermi, sarebbe stato un buon punto di partenza per sperimentare il suono che avevo già in mente.
Nel panorama italico attuale ho trovato molti rimandi al passato. Sono molti gli artisti che si fregiano di ispirarsi ai grandi e meno grandi riproponendone sia lo stile che il modo di scrivere con un fare a metà strada tra il tributo e l’ispirazione diretta. Io non volevo tributare nessuno. Ogni disco fatto mi permette di avviare un processo di ricerca che mi fa bene e che altrimenti farei fatica ad avviare. Sono pigro e sempre in debito di tempo per cui fare dischi mi fa sempre bene, ed è il motivo per cui continuo ad avere voglia di farli! Ci sono canzoni che hanno un sapore “eterno”, soprattutto nelle storie che raccontano, perché alla fine la vita è fatta di cose semplici e si sa che la semplicità è la cosa più difficile da restituire in una canzone non solo nel modo in cui si racconta la storia ma anche nel modo in un la si veste musicalmente.
Trovo che sia importante imparare ancora dal passato perché solo così si può immaginare la musica del futuro, quella che non dura una sola stagione, quella che sarà bella anche tra 20, 30, 100 anni.

Il nuovo futuro, qualunque forma abbia, sarà tutto in questo stile?
Sicuramente intendo esplorare il linguaggio elettronico. Fa impressione dirlo ma sono ormai 30 anni che frequento campionatori, sintetizzatori, computer ed arnesi elettronici di tutti i tipi. Oggi tutto è diverso rispetto a quando ho iniziato ma credo ci sia ancora un bel margine di divertimento, gioco e ricerca nell’artigianato elettronico. Francobeat ha scritto canzoni di suo pugno e anche Naddei ha intenzione di farlo proprio in virtù della sua età anagrafica che gli ha fatto vivere molte storie che mi piacerebbe raccontare con la massima sincerità. E quando arriverà la parola anche lo stile potrebbe subire mutamenti. Non precludo niente al futuro ma ora so da dove iniziare ed è già qualcosa.
Alla fine del processo “Mostri” ho capito che ero riuscito a far sembrare Tenco, Ciampi, De Andrè, Conte e tutti gli altri che ho scelto, come fossero lo stesso autore. In questo credo di aver stabilito una personalità espressiva che non voglio abbandonare ma anzi farla progredire, possibilmente nella sottrazione, nell’ arrivare sempre di più al cuore della canzone: diretto, scarno, emozionante. Per ora è tutta teoria ma la pratica non tarderà ad arrivare.

Ci dici che tutte le canzoni sono state scelte partendo dal testo… che intendi?
Ho scelto le canzoni che raccontavano qualcosa che in qualche modo avevo vissuto, che mi rappresentavano, che contenevano brandelli della mia vita. Alcuni brani sono stati scelti perché mi ricordavano momenti passati con cari amici che non ci sono più, altri perché contenevano frasi che mi spezzavano le gambe mentre provavo a cantarle, altri non sapevo nemmeno che musica avessero sotto ma leggendo il testo pensavo che quello che raccontava mi riguardava direttamente.
È stato divertente perché leggere i testi delle canzoni FUCKING HAS oni e le parole, come sempre, fino a sentirli completamente miei anche a costo di scardinare totalmente l’impianto musicale originale. Magari qualcuno potrà storcere il naso per certe scelte su certi brani in particolare ma mi son venuti così senza pensarci troppo e spero che la sincerità venga apprezzata.

Noi parliamo di rock spesso e volentieri, un rock più spirituale che di estetica e di genere. Insomma, come ad indicare un certo modo di stare nel mondo della musica. E dunque ti chiedo: quanto “rock” c’è dentro questo progetto?
Dovresti spiegarmi la tua idea di “rock spirituale” perché “rock” è una parola enorme! Se intendi qualcosa che abbia a che fare con le viscere sicuramente “Mostri” è rock. Spesso la musica elettronica viene vista come qualcosa di freddo, a tratti addirittura nichilista e molto mentale. Come detto ho prima suonato tutto senza l’ausilio di computer e marchingegni che potessero farmi ragionare troppo. Nella mia testa tutti i pezzi sono stati affrontati come se avessi dovuto fare cover dei Ramones!

-“Quali accordi?”
-“Che domande, i soliti!”
– “Che suono di sinth?”
– “Il solito!”
E via!
Spesso chi pensa gli arrangiamenti dei brani si complica la vita cercando soluzioni spettacolari, effetti speciali e stranianti, esercizi di stile e trovate di tutti i generi.
Ho scelto una via, che almeno in partenza, doveva essere uguale per tutti i pezzi perché sapevo che poi sarei stato bravissimo a complicarmi la vita con mille orpelli!
Per cui forse si, un pò di attitudine rock (e magari pure un pò punk) credo ci sia sotto sotto!

Tornerà in scena Francobeat?
Non credo. Non sono più i tempi per dischi densi di concetti, di parole, di mille suoni e mille generi. E poi credo che semplicemente l’agio di potermelo lasciare alle spalle mi possa sgombrare un pò il cervello da cose che ormai potrei definire come acqua passata.
Sono cambiato io e di conseguenza è cambiato il mio sguardo sulla musica e sul modo di farla. Dopo 3 dischi, di cui l’ultimo “Radici”, credo che Francobeat abbia completato il suo compito che di fatto è stata una specie di trilogia della fantasia.
“Vedo beat” la fantasia ribelle della Beat Generation italiana, “Mondo Fantastico” con la fantasia autorevole e strutturata di Gianni Rodari e “Radici” con la fantasia totalmente fuori controllo dei disabili mentali della residenza “Le Radici” che hanno scritto tutti i testi.
Proprio quest’ultimo lavoro mi ha dato l’idea di essere stata la cosa migliore che ho fatto in 10 anni di carriera come Francobeat, e si sa che è bene chiudere in bellezza.

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