Intervista di Carmine Rubicco

Rari sono i musicisti e i gruppi, ancora meno quelli giovani, che decidono liberamente e non per questioni di mercato, di rimettersi in gioco.

Questo hanno fatto i My tin apple, “ cercando così di delineare uno spazio tutto nostro”. In uscita il 18 giugno “The Crow’s Lullaby” per Fuel records, prima fatica del combo italiano.

D > Partiamo dal principio, ossia, come mai la necessità di esplorare nuovi territori? Molti gruppi, per non dire i più, cercano la “formula vincente” da iterare fino a quando il mercato lo permette. Voi invece avete deciso di non fermarvi. Cambio di nome e di genere. Perché?

R > Noi crediamo che non ci sia una formula che possa definirsi vincente. Generalmente sai come parti ma non come arrivi. Forse è qui che stanno gli stimoli, poi ti guardi in dietro e vedi un percorso lungo, intricato, difficile. Siamo orgogliosi del nostro cambiamento. Ci siamo rimessi in gioco più motivati che mai. La musica è la priorità e credo che lo abbiamo dimostrato. Là dove molti, una volta giocato l’asso nella manica, ‘appendono lo strumento al chiodo’, noi abbiamo virato repentinamente dimostrando di saperci adattare a situazioni e attitudini diverse. Ribadiamo con forza che per noi la musica è la priorità. O magari abbiamo trovato soltanto adesso una dimensione precisa e più consona alla nostra personalità musicale. non osiamo pensare ad un domani.

D > Nel disco ci sono chiari riferimenti al progressive, dalla copertina ai testi, eppure mi sembra riduttivo definirvi tali. Vi sentite un gruppo prog?

R > Ad essere sinceri non ci sentiamo assolutamente prog. Nel partorire e sviluppare le idee cerchiamo la semplicità assoluta, non la minuzia e il dettaglio del prog, soprattutto al livello strumentale. L’unico cambio di tempo, potrebbe essere un verbo sbagliato nel testo. A parte gli scherzi, il prog non l’avevamo considerato. Crediamo normale che quando si offre un nuovo lavoro alla critica si venga accostati ad aspetti cui non avevi pensato. Non so se sia un bene, o un obiettivo non centrato.

D > I brani, seppur non di immediata assimilazione, non sembrano frutto di uno studio a tavolino, come avviene la loro stesura? Che cosa volete trasmettere?

R > Come dicevamo la semplicità scioglie i nostri dubbi, l’idea ha la priorità. Se con i nostri mezzi siamo in grado di esprimerla e valorizzarla, la cosa vien da sé. Diversamente non è il caso di perdere tempo. Questo è quello che vogliamo trasmettere, dando poco spazio al giudizio tecnico e all’elenco dei perché. Se il brano cattura  allora lasciati catturare, metti il disco in macchina e cantalo, sfogati rilassati. Se non ti piace, ci sono 7 miliardi di gruppi. Questo è un po’ il nostro pensiero.

D > Le influenze riscontrabili all’interno del disco sono molteplici, dal metal contemporaneo a gruppi decisamente più particolari come i Tool, per arrivare al pop di Ke passando per la musica elettronica con venature house. Da dove provengono? Avete tutti background differenti o “semplicemente” ascoltate di tutto?

R > Entrambe le cose. Background diversi e costruiti nel tempo e apertura ad ascoltare di tutto. Senza porsi limiti di genere ascolti non solo l’arrangiamento ma l’idea del pezzo, che può essere bello anche se lontano dalla tua espressione musicale. Sono convinto che la lista dei gruppi a cui saremo paragonati da qui al prossimo disco sarà infinita, questo anche perché ogni paia di orecchie è collegato a un cervello diverso e la prima impressione che il disco suscita non è uguale per tutti.

D > Passiamo ai testi. Questi saltano da argomenti intimisti alla critica sociale attraversando il mondo onirico. Da cosa sono ispirati? Ci sono scrittori di riferimento?

R > Scrittori precisi di riferimento non ce ne sono. Direi più il tentativo di descrivere lo scenario fantastico dove gli episodi avvengono cercando così di delineare uno spazio tutto nostro, un mondo My tin apple, almeno ci proviamo. E là dove troviamo aspetti un po’ più sociali, sono più riflessioni che vere e proprie critiche, condite in modo meno ordinario possibile.

D > Siete un gruppo formato da persone piuttosto giovani che ha deciso di intraprendere una strada non facile in Italia. Come vedete il panorama metal oggi? E’ più facile o più difficile per un gruppo del 2013 rispetto ad un gruppo del 1995? Dal vostro punto di vista “ha senso” suonare questo questo genere oggi sotto il Colosseo visto il sostanziale mutamento dell’audience? Per quale motivo?

R > Si parte motivati dalla passione, quella è la benzina. Se uno dovesse fare troppe considerazioni si arrenderebbe a priori, o, di sicuro, sceglierebbe strade meno libere e indipendenti artisticamente. Invece lo si fa con il costante pensiero che un giorno tutto cambierà e che sarai tu a farlo cambiare. Conquisterai l’Italia e poi il mondo, poi i pianeti e le galassie vicine, risolverai i problemi del mondo con un concerto di beneficenza. Quando poi ti torna il buon senso e realizzi di averla sparata grossa ti convinci del fatto che tanto non hai niente da perdere. Il mondo è stato rovinato da chi realmente avrebbe dovuto solo gestirlo e per lo meno hai un passatempo che ti eviterà di finire al bar a parlare di politica.

D > I My tin apple nel 1999, avrebbero avuto riscontro diverso secondo voi? Per quale motivo?

R > Non lo sappiamo davvero. Mettersi a fare il giochino dei se e dei ma è pericoloso. Si deve essere forti di mente altrimenti si rischia di realizzare qualcosa di sbagliato con conseguente caduta di braccia, se non peggio. Se domani i My tin apple potranno dirsi affermati diremo che questa è la nostra epoca e che il nostro passato ci ha portati qui. Con il genere precedente agli esordi abbiamo assistito agli ultimi respiri che la scena poteva esalare. Con un demo autoprodotto e nessuna mentalità commerciale siamo riusciti ad aprire un concerto per gli Exodus, a suonare in giro per l’italia e al Metal Camp 06 in Slovenia. Poi tutto è diventato arido e sterile, per tutti, non solo per noi.

D > Attualmente il livello medio di preparazione delle bands si è molto alzato. Quelli che erano un tempo massimi esponenti dei diversi generi e riferimenti tecnici, oggi sono solo storia e punti di partenza. Quali sono i vostri riferimenti? Ossia, ascoltando i dischi di chi avete deciso che vi sarebbe piaciuto suonare?

R > Forse è questo il punto. Se guardiamo in dietro troviamo ancora degli intoccabili, delle band o artisti che non moriranno mai e sono quelli che hanno dato un contributo alla musica e all’arte, quelli che hanno inventato generi e brani di rara bellezza. Caratteristiche per cui non esiste scuola ne accademia ne conservatorio ne tanto meno insegnante. Un eroe nasce nel momento in cui se ne ha bisogno. Qui nessuno ha bisogno di niente, siamo tutti bravi a fare da soli. Il mondo musicale estremo è una gara all’assolo più veloce, al doppio colpo più doppio, all’acuto più acuto. La tecnica musicale è solo uno dei tanti aspetti della musica.

D > Secondo voi quali sono delle bands da seguire nel panorama attuale (nazionali e non)?

R > Ci sono i Rammstein, ci sono i Muse, i System of a Down!, i Tool, Perfect Circle, Peter Gabriel, David Bowie, 30 seconds to mars, Lacuna Coil, Mars Volta. Ed è meglio chiuderla qui perché l’elenco sarebbe lungo.

D > Una domanda classica, progetti per il futuro. Un disco non è un punto di arrivo ma un punto di partenza, per quali lidi?

R > Il progetto è preciso, andare avanti. Non sappiamo bene la strada, non sappiamo bene i mezzi. Le cose certe in questo momento sono l’uscita dell’album “The Crow’s Lullaby” il 18 giugno sotto l’etichetta Fuel records e il legame con il produttore Marco Elfo Buongiovanni, che ci ha instradati verso questa direzione. Da qui sarà un cammino ricco di cose da valutare e spero che le esperienze passate siano utili per questo. Ci sarà tanto lavoro da fare e abbiamo capito che tutti all’interno di questa nuova macchina, produttore, etichetta e promozione sono pronti a dare il massimo. Noi certo non vogliamo essere da meno e deludere nessuno. Daremo fondo a tutte le nostre risorse, convinti di averne.

D > Ultima richiesta: la domanda che avreste sempre voluto fare se foste voi a dover fare un’intervista e la domanda che avreste sempre voluto vi facessero?

R > Vorrei chiedere alla persone cosa pensano quando non pensano. Ma vorrei che nessuno mai lo chiedesse a me. Avrei voluto che qualcuno mi chiedesse se ho mai visto fatti inspiegabili e perché quella suora dal nulla sia apparsa e nel nulla sia scomparsa.

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