ArtemisiA

ArtemisiA

Stati alterati di coscienza: un titolo decisamente promettente fa da prefazione a quello che è il terzo, recentissimo lavoro degli ArtemisiA, gruppo rock-melodico nostrano – di Gorizia, per la precisione –  all’attivo dal 2006.
Le caratterische fondamentali di questo lavoro sono insite nel nome della band (che prende spunto dall’artemisia, pianta officinale nota soprattutto per essere l’ingrediente di base nella preparazione dell’assenzio) e dell’LP stesso (gli “stati alterati di coscienza” riportano sì ad allucinazioni lisergiche, ma anche a certe sensazioni di trasporto ed abbandono tipiche del dormiveglia); incuriosita dal rapporto di causa-effetto stabilitosi tra la parola ed il significato, decido di mettermi all’ascolto per comprendere meglio il messaggio che gli ArtemisiA vogliono lanciarci.

L’album si rivela sin dal primo ascolto un buon prodotto commerciale, tra melodiche rock dal sapore prettamente internazionale e liriche in italiano: ne viene fuori una musica etereogenea e variegata, complice la voce potente di Anna Ballarin che ben si sposa con la consistente controparte strumentale (merito di Vito Flebus alla chitarra, Ivano Bello al basso e Gabriele Gustin alla batteria).
La prima track, La strega di Port Alba, è una fiaba musicata. Il racconto in prima persona della strega strizza l’occhio ai brani da musical, quelli in cui canto e recitazione si fondono; non manca nemmeno il tipico sogghigno malefico da fattucchiera, riverberato ed adagiato su un tappeto di chitarra elettrica.
Se Il Bivio è esplosione pura, tra BPM tirati al massimo e sapienti riff di basso, Insana Apatia risulta essere una tra le canzoni più melodiche degli ArtemisiA, nella quale la Ballarin può dare ulteriormente sfoggio delle sue capacità canore.
Il Pianeta X è un pezzo facile da ricordare, e soprattutto da ricantare (ovviamente adattato al proprio range vocale, che difficilmente sarà ampio e generoso come quello della cantante), mentre Nel Dipinto, pezzo subito successivo, è invece più complesso ed articolato. Non per questo meno godibile, ovviamente, al contrario, è nei brani che presentano maggiori cambi di tempi e tonalità che gli ArtemisiA dovrebbero puntare, in nome del loro… buon nome, per l’appunto!
Fortunatamente i punti di forza di cui sopra sembrano non mancare all’appello. E’ proprio la sesta traccia, Mistica, che ci regala una decorosa messa in pratica del suggerimento: la dolcezza iniziale del pezzo si dirada lentamente, in maniera quasi impercettibile, per lasciare spazio alla distorsione e a percussioni che incalzano.
Dall’anima punk di Corpi di Pietra a quella più morbida di Vanità, il viaggio all’interno della coscienza degli Artemisia scorre in maniera piacevole. Il penultimo pezzo dell’album, Il libro di Katul, non è soltanto uno dei più belli, ma è anche quello che, grazie agli evidenti requisiti di energia ed impatto comunicativo in suo possesso, meriterebbe di fregiarsi del titolo di “biglietto da visita” del gruppo.
Con la seducente Presenza si conclude l’ascolto, ed il gruppo ci lascia con una frase ambigua, enigmatica, pronunciata con un tono sensuale quanto basta per comprenderne l’effetto contrario da essa scaturita.  “Resta il ricordo, passato elegante / di un perfetto addio / quando sentivo l’amore invadente / voli via per sempre”. Chi ha avuto modo di conoscere ed apprezzare gli Artemisia, paradossalmente, si augura l’esatto contrario: che l’addio diventi un arrivederci, reiterato come l’ascolto, e che la buona musica non voli mai via per sempre, ma sia destinata a restare. Come quello “stato alterato di coscienza” che invece spesso siamo costretti ad abbandonare. Con sommo dispiacere, diciamocelo.

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