Esordio assoluto per il cantautore modenese MATTIA che d’impatto si presenta con questa immagine di copertina a due passi tra il mondo dei cartoni e quello metropolitano. E in questi inediti quasi totalmente curati da lui, troviamo il pop che funziona e che un poco cerca la finitura di gusto in mood R’n’B o in quelle ballate new wave californiane… il pop quello ricco di dettagli, quello che non paga debiti di riconoscenza ma che vende a caro prezzo la sua personalità. Si intitola “Labirinti umani” questo concentrato di pop digitale che in brani come “Diana” sfiora la bella dance anni ’90 e quel taglio di voce dell’artista modenese, in molti tratti, cerca le organze dolci di Fabi o degli Otto Ohm. Ed è adolescenziale il target ma anche maturo di vita vissuta, è umano quanto sociale… è tutto quanto sia compreso dentro quei labirinti umani che governano ogni giorno della nostra vita nel mondo. Una bella produzione, che stupisce per essere un esordio autoprodotto.

Noi parliamo spesso di rock inteso come quel certo modo di pensare e di fare musica. Dunque in questi labirinti umani quanto rock c’è secondo MATTIA?
Sicuramente alla base di alcuni brani troviamo uno spirito che rievoca influenze rock, come le canzoni che ho sempre ascoltato sin da piccolo. Ma ritengo che in un album fatto esclusivamente con suoni digitali ed elettronici parlare di rock rischi di essere fuorviante… a meno che non ci si riferisca al mood e al tema di alcuni brani. Ci sono infatti temi delle mie canzoni legati al sesso e alla trasgressione, che richiamano quelle tematiche centrali presenti nella “vera” musica rock.

Che poi inevitabilmente si torna a guardare al passando quando si parla di “rock”. Il tuo passato che musica contiene?
Ascoltavo e ascolto di tutto. Sono cresciuto ascoltando soprattutto Skunk Anansie, ma anche Cranberries, Queen, U2, Aerosmith, Florence & the Machine, Elisa…

E viste le grandi radici classiche della tua famiglia, come hai intrapreso derive così lontane stilisticamente parlando?
Sono cresciuto in un ambiente di musicisti e di cantanti d’opera eppure mi sono sempre discostato dalla musica classica. Se devo essere sincero non amo l’opera, anche se ne rispetto la cultura e non posso che stimare ed invidiare le grandi voci liriche che hanno capacità inimmaginabili per noi comuni mortali. Sebbene io sia cresciuto in un ambiente lirico ho sempre cercato di creare un’identità che fosse mia, sia nell’ascolto che nella produzione musicale, libera da influenze altrui.

“Labirinti umani” è un disco in cui sei quasi l’unico protagonista o sbaglio? Chi altro ha contribuito alla sua realizzazione?
È un album autoprodotto, con l’aiuto e il supporto di molte persone. insegnanti, famigliari, grafici, amici arrangiatori. Di mio ci sono melodie musica e testi ma senza l’aiuto di grandi professionisti (e amici) sarebbe stato impossibile creare questo progetto. Quello che conta più di tutti credo sia l’aiuto motivazionale. Elisabetta Nesca, un’insegnante di un master che ho frequentato, è stata la prima persona ad ascoltarmi: senza la sua fiducia non avrei fatto tutto questo. Si tende a sottovalutare l’importanza degli insegnanti ma quelli bravi tengono viva la fiamma, la alimentano la proteggono dal vento e lei ha fatto proprio questo.

Il taglio dei brani sembra essere assai adolescenziale, parlando quanto meno di vita e di target di pubblico. Ho forte quel senso di provincia che torna fortissima nella contaminazione della vita, nell’energia di fare le cose. Sbaglio?
Ritengo che ci siano temi che possono attecchire indistintamente su categorie di pubblico differente a seconda di come ci si pone nei confronti della vita. Se parliamo di sesso di droga di amore conflittuale o di social network parliamo di temi trasversali a differenti generazioni.
Senz’altro l’uso di suoni più moderni ed elettronici può incontrare la riluttanza dei cultori della musica classica o di un certo tipo di musica. E sotto questo aspetto il target è senz’altro più giovanile e popolare.

A chiudere: se ne esce da certi labirinti umani? O quanto meno: serve uscirne?
Il mondo delle relazioni umane è un luogo complesso in cui è difficile uscirne indenni. Quello che mi sento di dire è che ogni relazione, per quanto a volte appaia complessa, permette di crescere e mettere da parte tanta esperienza. Una via d’uscita è difficile da trovare e forse il modo migliore per andare avanti è accettare la vita ed ogni prova che ci mette davanti. Accettare ogni vicolo cieco che ci permette di riflettere e cambiare direzione.

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