Una collaborazione accennata, perseguita, tenacemente voluta e, se possibile, quasi inevitabile. Non solo per una questione geografica, ci mancherebbe, ma per una visione condivisa che unisce con un trait d’union contorto e sfaccettato post-rock e letteratura, proiettando languori e desolazioni dell’Emilia paranoica attraverso gli ampi spazi del Nord America, per poi tornare indietro con un gioco di sponde dall’universale al particolare, attraverso partiture senza tempo e storie di vita quotidiana e di lucida follia trattenuta a stento.

Sebbene negli ultimi anni i Giardini di Mirò abbiano perso un po’ di smalto tra prove in studio non pienamente messe a fuoco (tra cui anche il recente ‘Different Times’), sonorizzazioni sonnacchiose e album di remix, bisogna ammettere che dal vivo riescono sempre a creare un’atmosfera perennemente sospesa nel dualismo composto dai prodromi post-rock perfettamente distinguibili di scuola Mogwai e Godspeed, cosi come dalle tentazioni indie-pop sui generis nei brani cantati, in cui la forma-canzone convive con le stratificazioni della loro ricerca tanto da far più volte tornare alla mente, durante la loro esibizione, il nome tanto sacro quanto dimenticato degli Yume Bitsu.

Ancora il tempo, che si dilata fino a divenire impalpabile ma non dimentica, così come fa la band nel ricordarci che oggi è l’anniversario della strage di Reggio Emilia del 1960, dove persero la vita cinque manifestanti per mano delle forze dell’ordine. Suoni e parole, certo, ma anche immagini che divengono testo per merito di Emidio Clementi, che fa una prima apparizione sul palco per declamare ‘Malmoe’, primigenia collaborazione tra le due band, per un brano riesumato dal The Soft Touch EP del 2002.

Passato e presente si annientano senza scontrarsi, ma defluendo attraverso arrangiamenti che si arricchiscono con progressioni in crescendo, un ricco e minuzioso mosaico nel quale ogni nota trova la sua più naturale collocazione e dove Emanuele Reverberi ne diviene a suo modo la “voce” solista, sia con la tromba che col violino. Sussurri e grida.

Da ragazzo c’era una maldicenza che serpeggiava tra i (pochi, a dirla tutta) denigratori dei Massimo Volume, che li definivano con l’etichetta un po’ anonima di “band per universitari”, mentre il tempo è stato a dir poco galantuomo con loro nell’oltre quarto di secolo da quell’esordio fulminante (‘Stanze’, 1993) tanto da farli crescere, anche musicalmente, da band debitrice del noise-rock più spigoloso di scuola Sonic Youth a una forma di post-rock primordiale che, specialmente dal vivo, fa sentire le puntigliose asperità che furono di gente come Slint e Rodan.

Il 2019 trova la band in perfetto equilibrio su se stessa, rinnovando se stessa senza mai in fondo cambiar pelle, e i brani nuovi, dal riuscitissimo ‘Il Nuotatore’ ci riportano alle storie più viscerali raccontateci in passato da Clementi, qui alle prese con un florilegio di vicende umane andate più o meno a puttane, un tempio sconsacrato dove venerare storie di ordinari fallimenti. Poi scherza sornione col pubblico, cita al solito Emanuel Carnevali ma con ironia nero pece, definendolo un suo eroe ma volendo quasi sfuggirgli. Il buon Emidio gioca anche a fare il cuore di tenebra, va a ripescare ‘Dopo Che’ (da ‘Club Privè’, 1999), suonata con irrequieta compostezza come ci fossero gli Aerial M ad accompagnarlo nella declamazione di quei ricordi di amore amaro: uno di quelli, per usare le sue parole, che ti fanno scrivere poi una bella canzone, mentre le storie che vanno bene ti rendono arido.

Durante l’encore non mancano altre concessioni al passato, tra cui ‘Qualcosa Sulla Vita’ riporta davvero molti di noi con lo sguardo verso gli anni ’90, mentre per i titoli di coda è tempo per i Giardini di Mirò di restituire il favore e salire insieme sul palco per una versione di ‘Fuoco Fatuo’ sovraccarica di elettricità, fino a far strabordare tutta l’incertezza di cui si nutriva il testo.

Tutti quegli oggetti, sfere, cubi, qualcosa da afferrare, una pallottola alla fine.

 

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