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Mark Burgess poteva essere una rock-star, una di quelle personalità a cui il music-biz non ha dato i palcoscenici adeguati e il clamore che avrebbe meritato. Lui ne è consapevole, conosce il suo talento e sa anche di esserci andato vicino nel periodo in cui i Chameleons firmarono per la Geffen, facendo uscire quella meraviglia di ‘Strange Times’, la loro terza testimonianza in studio sulla lunga distanza.

Mark di tutto questo in fondo se ne infischia, affermando da sempre di aver fatto una scelta di vita, non ingabbiandosi in un ruolo dove fossero gli altri a decidere per lui. Tornano nella Città Eterna per la terza volta in tre anni (ricordiamo col nome Chameleons Vox, onde evitare dissidi con gli altri ex membri), con la data capitolina ormai tappa ineludibile dei loro tour, una vera fortezza per i loro fan che accorrono e si dileggiano come se li stessero vedendo dal vivo per la prima volta.

Procedendo con ordine, la serata si apre con un’esibizione dei Public Radar, progetto romano che vede riuniti personaggi dalle esperienze diverse: il chitarrista dei Klimt 1918 Francesco Conte, Andrew Mecoli dei Growing Concern e Massimiliano Alto, quest’ultimo più celebre nel mondo del cinema in qualità di doppiatore. Autori di un EP e di un album interessante (‘A New Sunrise’, uscito l’anno scorso), il trio parte da un post-rock fortemente venato di stratificazioni shoegaze, che riecheggiano Jesu e Pelican, ma con un elemento electro che emerge dal sostrato sonoro. A tratti fuoriesce un palese background goth, tanto da sembrare una versione strumentale dei Nephilim, tra l’altro omaggiati proprio con una cover piuttosto fedele di ‘Last Exit For The Lost’ in chiusura. L’unica pecca è l’uso un po’ troppo scolastico della drum machine, che sembra davvero sostituire una batteria acustica nel senso letterale del termine: con un batterista in carne, pelli e bacchette, a mio avviso i brani guadagnerebbero molto in profondità e coesione, ma la strada tracciata è nel solco di una tradizione che si vuole rinnovare in modo intelligente e accattivante.

Quando i Visionary Flowers, seconda opening act della serata, attaccano il primo brano, avrei una forte tentazione di abbandonare all’istante la sala, a causa di un mix letale tra una melodia “Mansoniana” aggrappata ad una struttura electro tamarra in stile vagamente memore degli Orgy. Mentre faccio due passi indeciso sul da fare, attaccano un brano che mi fa girare di scatto e capisco che questi ragazzi, a parte suonare bene, hanno davvero un potenziale: sparano una manciata di pezzi di seguito in cui ricordano da vicino i Mesh, e come loro sanno divincolarsi con giusto equilibrio tra synth-pop dalle sinuose venature alla NIN, con linee vocali non scontate che richiamano il Reznor meno nevrotico, e una componente electro-rock che rimanda ai Killing Joke più accessibili ma anche al romanticismo sincretico dei Silke Bishoff. Al netto di qualche brano un po’ stucchevole, le idee ci sono e l’attitudine è quella giusta per il genere proposto.

foto3L’atmosfera cambia, inevitabilmente, già nell’attesa stessa della band di Manchester, accolta da un boato che amplifica le prime note di ‘Don’t Fall’, trovandoci a saltare per l’impazienza come adolescenti di ritorno, mentre le chitarre liquide di ‘Monkeyland’ ci avvolgono senza che noi possiamo opporre resistenza alcuna: siamo già tutti lontani, fluttuando fuori dal tempo e dallo spazio e rincorrendo distanti ricordi che vivono di riflesso nei testi di Burgess.

Un’introspezione che sa di viaggio iniziatico mentre scorrono le immagini sonore di ‘Looking Inwardly’, che lasciano poi il passo alle corde dolceamare di ‘Tears’, dove chiunque tra il pubblico sembra per qualche minuto chiuso nel proprio mondo, rivivendo magari alcuni momenti del passato con un’enfasi più fluente del consueto.

Rispetto alle performance precedenti, la band non solo sembra aver raggiunto una pienezza espressiva ineguagliabile, ma si diverte a riscoprire qualche tassello lasciato “criminosamente” escluso dai precedenti tour: l’album ‘What Does Anything Mean?’ stavolta viene scandagliato in lungo e largo, andando a ripescare quel gioiello di tensione emotiva di ‘On The Beach’, così come l’afflato vagamente esotico e misterioso di ‘Intrigue in Tangiers’ e l’immediatezza cangiante di ‘One Flesh’, proposte di seguito o quasi. Connotazioni temporali ormai disciolte, tanto che sembriamo tutti stringerci verso il palco, con ragazze che salgono sulle spalle di compagni volitivi per lasciarsi andare a momenti di puro ludibrio ad un passo dal divismo adorante; ‘Soul In Isolation’, uno dei brani più superlativi mai composti dall’ingegno umano, offre un lamento collettivo che si fa coro, rinnova un dolore facendosi strada tra echi psichedelici e citazioni Beatlesiane (un brandello spettrale di ‘Eleanor Rigby’), con un ellittico  perpetuarsi di un distacco che torna a far male con più vigore di prima, ineluttabile e invalicabile.

Intanto mi accorgo della presenza di facinorosi albionici, che però aggiungono fascino ulteriore al concerto, e uno di loro che disperato continua a richiedere ‘Nostalgia’… Attaccano d’incanto ‘Second Skin’ ed è come fosse un inno nazionale ai mondiali: tutti cantano con trasporto e convinzione, trovando il link per il trascinante finale di ‘Singing Rule Britannia’.

Siamo tutti ebbri di un vino sublime ma non possiamo farne a meno, tanto che i bis regalano una ‘Swamp Thing’, uno dei loro brani più “progressivi”, ancora più carica dei suoi cambi di tempo ed umore, la sorpresona invero inaspettata di ‘Dali’s Picture’ e soprattutto l’agognata ‘Nostalgia’ di cui sopra, che trasforma per qualche minuto il piccolo Traffic in un’arena rock da stadio, con la nostra improbabile voglia collettiva di cantare a squarciagola una malinconia costantemente malcelata. Burgess sorride e regala strette di mano a profusione, mentre tutti noi vorremmo solo premere rewind e rivivere il concerto tutto da capo. Tomorrow I’ll remember yesterday

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