Si intitola “Coccodrillo bianco” l’esordio ufficiale di Marco Cignoli, conduttore tv ma della provincia pavese ma anche un cantautore che oggi sa come mettere in voce e in suono un disco che anche lui definisce “rock”. E come al nostro solito non parliamo di stili e di generi ma di intenzioni. E Cignoli sa come dimostrare libertà che forse è la cosa più “Rock” che ci sia… e lo fa se ascoltiamo bene, lo fa dentro il suo pop da cassetta ma anche dentro quel “dub metropolitano” (le virgolette sono dovute) della sua scrittura. Sghembo, in piena deriva, non prevedibile ma sempre molto attento alla sua riconoscibilità. 

Noi spesso parliamo di rock anche e soprattutto pensando al modo di pensare alla musica più che alle etichette di stile. Secondo te, dunque, questo tuo disco è un disco di rock?

Loredana Bertè dice che il rock non è un’accozzaglia di suoni ma uno stile di vita, un modo di vivere. Io mi tuffo sempre a capofitto nelle emozioni, talvolta fino a fondermi con esse, e credo sia una caratteristica molto “rock” di vivere la vita… quindi sì, è sicuramente un disco rock! 

Dentro “Coccodrillo bianco” c’è il pop ma c’è anche la denuncia, c’è la leggerezza ma c’è anche la riflessione importante. Pensi che il pubblico di oggi abbia bisogno di riflettere o di evadere dalla quotidianità?

Penso che abbia bisogno di entrambi, “un po’ di apocalisse e un po’ di Topolino” come canta Jovanotti in “Megamix”. La mia vita è sempre stata così ed è naturale che anche il disco richiami una dinamica simile. Essere leggeri non significa rifiutare la profondità. Anzi, secondo me, solo chi riesce a scavarsi dentro riesce a godere della vera e pura leggerezza.

Oggi un cantautore può tornare ad occupare un peso sociale importante? Non dico nel fare politica ma insomma… quasi…

Difficile rispondere. Un tempo i cantautori rappresentavano uno dei pochi punti di riferimento. Oggi ci sono milioni di figure, dagli influencer ai trapper, dai giornalisti in cerca di celebrità ai concorrenti dei talent show fino ai politici che fanno più spettacolo che altro. È difficile ritagliarsi una voce in mezzo a tutto questo caos. I social, poi, hanno messo tutti sullo stesso piano e non è un gran bene.

Un titolo ispirato da una celebre canzone di Alberto Radius. Come mai questo riferimento per il tuo lavoro?

Perché “Coccodrilli bianchi” è una canzone che amo da sempre: parla di emarginazione ma anche di riscatto, due temi a me molto cari.

“Coccodrillo bianco” porta con sé canzoni nuove ma anche vecchie scritture. Perché soltanto ora trovano la pace di una produzione?

Sì, c’è una canzone intitolata “Utopia” che risale ai tempi della scuola superiore. Ho voluto tenerla così com’era, sia nel testo che nella melodia. Ha trovato la pace perché ha trovato la casa giusta: Daniele e Francesco Saibene, i produttori del disco, gli angeli custodi delle mie parole. Loro mi hanno dato la possibilità di realizzare il sogno di Marco bambino: pubblicare un album musicale. È semplicemente grazie a loro.

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