Si è chiusa, col concerto nella bella location del parco archeologico di Vulci, la parentesi italiana dell’ ex Mano Negra (una minitournée di 5 date che si è aggiunta al concerto del 20 giugno all’autodromo di Monza).

Sono quasi le 23 quando l’artista franco-ispanico (preceduto da un set di apertura fin troppo ricco) sale sul palco. Giusto il tempo di ripetere un paio di volte “que pasa por la calle” e Manu mette in moto la chitarra. Eh sì, non “accende”, perché quello che lui e compagni (Madjid Fahem alla chitarra, l’ex Mano Negra Philippe Teboul alla batteria e Jean Michel Gambeat al basso) cominciano a martellare è un ritmo sostenutissimo, incalzante ed incessante, che sembra immune da possibili umane flessioni o rallentamenti. La prima cosa che fa venire in mente l’energia che si sprigiona dal palco è un terremoto; ma l’associazione appare subito inappropriata, perché un terremoto ha breve durata ed è distruttivo. Quella che fluisce dal palco, con continuità e costanza, è invece un’energia positiva. E non viene solo dagli artisti, ma da tutti i presenti. Manu Chao (che non smette mai di saltellare, se non per saltare) stimola, catalizza e detta il ritmo al pubblico, dal quale sembra saper estrarre tutta l’energia positiva.

I brani, compresa Me gustas tu, sono suonati ad un ritmo decisamente più veloce di quello a cui siamo abituati nelle versioni in studio. Un ritmo che non dà tregua al pubblico e gli intervalli tra i brani, quando ci sono, sono quasi inesistenti.

Viene naturale chiedersi “Ok, ma quanto potrà andare avanti a questo ritmo? Probabilmente suonerà poco”. E infatti, dopo aver toccato il clou con Clandestino (in medley con Bongo Bong), a nemmeno un’ora e mezza di concerto, l’intensità sale ancora: “Ci siamo, questo è lo sprint finale”. Già, se non fosse che l’encore è in pratica un altro mini-concerto e che il pubblico riesce a richiamare gli artisti sul palco per un ulteriore extra quando ormai era già partito il dj-set. Alla fine, siamo quasi a due ore e mezza: una maratona, ma corsa a passo da mezzofondo. E quando il concerto finisce il commento che meglio sembra sintetizzare le sensazioni provate è “mammamia!”

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