Ovviamente i Sigur Ros sono la chiave di volta, la lettura e il retrogusto. Un bellissimo esordio dal titolo “Manifesto della chimica romantica” quello che vi presentiamo oggi, un disco prodotto artisticamente da Massimo De Vita (Blindur), missato da Paolo Alberta (Negrita, Ligabue, Jovanotti, Roy Paci, Eugenio Finardi…) e masterizzato – manco a dirlo – da Birgir Jon Birgisson (Sigur Ros) in Islanda. Loro sono i MALMÖ, città che in fondo per un motivo o per un altro non ancora mai raggiunto. Ed è probabilmente da quella “traversata” incompiuta che nasce l’incontro e l’ispirazione di tradurre ampi spazi aperti in un linguaggio nostrano. Siamo tra le righe della musica d’autore di questa nuova generazione indie che si macchia di post rock e in sparuti tratti di pop accademico per poi incontrare e mescolarsi nella psichedelia soffice di ampie vedute dal potere immaginifico assolutamente travolgente. Perchè la musica dei MALMÖ non si confina dietro una banale recensione. Forse punteremmo il dito in un suono un po’ troppo stressato laddove la dinamica cresce e il muro di visioni distorte prende il sopravvento. Ma per il resto hanno tenuto il gioco e il mestiere anche sul piano lirico con dei testi referenziali che non insegnano filosofia e non cercano l’avanguardia ma restano in una semplicità elegante. Niente riferimenti alle mitologie greche ma neanche le rime becere di un bacio dovuto. Insomma vi consigliamo ampiamente questo ascolto che già dal video di lancio del singolo “L’alba di un giorno di festa” la dice lunga su quello che ci aspetta.

Inevitabile citarli da subito. Sigur Ros. Al di la delle ispirazioni, avete contatti o avete cercato una collaborazione diretta con loro?
Purtroppo non abbiamo contatti diretti e di conseguenza anche una collaborazione, allo stato attuale delle cose, è davvero impossibile, ma mai dire mai. Ma se proprio potessimo realizzare un sogno, allora non avremmo dubbi a scegliere gli Explosions in the sky per una eventuale collaborazione.

Post Rock… per voi che vivete una generazione lontana anni luce da quel movimento. Cosa significa per voi emulare, vivere e scrivere un certo tipo di suono Post Rock?
Non siamo proprio giovanissimi. Gli anni in cui il post rock era più in voga li abbiamo vissuti intensamente e ci siamo sempre portati dentro questa ambizione di fare un progetto nostro con quelle sonorità. Abbiamo cercato in questo disco di portare le sonorità classiche del genere con un guizzo di attualità e sperimentare questa cosa della lingua italiana con una presenza importante anche della voce.

Vorrei commentaste la mia chiave di lettura: come “Manifesto” il vostro disco denuncia il non amore nelle cose?
Sicuramente il non amore nei confronti delle cose intese come oggetti o beni materiali. Il non amore nei confronti della effimera ricerca della felicità negli stereotipi della società attuale. L’amore immenso nei confronti della complicità, delle cose vere della vita, degli affetti, della famiglia, della fiducia nel futuro.

C’è tantissimo viaggio in questo disco. Ma un suono così fluttuante di polvere non sembra contraddire la dinamicità di un viaggio?
Parte del viaggio che vogliamo raccontare è anche all’interno di noi stessi e in diversi punti dell’album ci soffermiamo proprio su questo. Ne i treni e le scie per esempio o in a chi è lontano. Poi ci sono momenti più limpidi e chiari in cui, come suggerisci, la dinamicità del viaggio diventa dirompente.

Chiudiamo con il video di lancio: mi incuriosisce il perché di una sirena. State forse rendendo libera l’ispirazione di questa vita?
Nel video abbiamo cercato di rappresentare un po’ il nostro mondo e in quel brano in particolare si parla di liberazione e di rinascita. E questa immagine della sirena che riesce a liberarsi dalle corde con lo scorrere dell’acqua che tutto purifica ci piaceva molto. Gabriele Napolitano, il regista, ha colto in pieno il messaggio che volevamo trasmettere.

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