Debutto ligure per i ragazzi de Lultimodeimieicani che pubblicano per Pioggia Rossa Dischi questo lavoro dal titolo “TI voglio urlare” realizzato al Greenfog Studio che ormai sembra una firma che torna spesso nelle trame della musica d’autore e non solo provenienti dai territori in cui imperano i pilastri della scuola genovese. Ed è proprio da li che forse partono i nostri per poi approdare nel consueto indie-pop dagli equilibri un poco evanescenti restituendoci 10 brani di deriva dream come direbbe qualcuno. Ed è sociale nel momento in cui torna il quotidiano ad ispirare ogni angolo della scrittura che sembra voler fotografare la condizione umana di oggi. La semplicità su tutto denota molta maturità e carattere anche nei dischi d’esordio di oggi. Testimonianza di ascolti e di bellezza…

Noi parliamo di rock. E lo intendiamo più come una forma e un modo di fare musica più che un genere ed un’etichetta. Quanto rock esiste dentro questo primo disco?
Pienamente d’accordo con il vostro modo di concepire il rock. Dentro questo disco ce n’è una buona dose, siamo sempre andati dove ci hanno portato le nostre sensazioni senza stare a guardare troppo cosa succedeva fuori. Abbiamo passato un sacco di tempo in saletta e anche grazie al produttore Mattia Cominotto abbiamo trovato una quadra che facesse funzionare il tutto come volevamo. Cerchiamo sempre di dare la priorità a quello che vogliamo esprimere piuttosto che alla forma.

Ci incuriosisce il nome che avete. L’ultimodeimieicani. A cosa allude?
Potremmo inventare un sacco di storie dietro questo nome, ma la verità è che è venuto quasi per caso. Stavamo cercando di capire come chiamarci e un nostro amico ha detto L’ultimodeimieicani, da li abbiamo smesso di cercare, ci ha convinto, sdrammatizza il nostro modo di fare musica molto diretto e a volte con contenuti non leggerissimi.

E tornando tra le trame del rock… quanta società esiste dentro un disco così? Perché in fondo è nella società che nasce il rock…
Non vogliamo dire una cosa banale ma c’è sicuramente tantissima società in un disco così. Noi parliamo di noi e delle nostre vite, a volte in maniera più schietta mentre a volte meno. Però noi viviamo in mezzo e in relazione con tante persone, ed è tutto il nostro intorno che ci influenza. Se ci pensate anche tutte le paure sono sempre dovute a quello che c’è intorno.

In brani come “Cosa vuoi cambiare” o “Provincialismo” ho trovato molta resa alla condizione attuale… molta resilienza… o sbaglio?
Può sembrare così, in realtà non è la nostra resa. Ci siamo sempre più convinti della necessità di non rincorrere un modello che non ci stava bene addosso e abbiamo deciso di vivere il mondo a modo nostro. Con questi due pezzi abbiamo cercato di far passare all’ascoltatore quel mondo, dove il provinciale non è il contadino di turno ma il borghese finto cattolico e tutto il tempo che ci siamo lasciati dietro a qualcosa ci ha portato, certamente non a cambiare, quello è impossibile.

Che tra l’altro sembra venir enfatizzato dal video… un certo modo di far pace con quel che siamo…
Ecco avete colto perfettamente il concept dell’album.

A chiudere: quanta canzone d’autore genovese vi ha ispirato?
Ci siamo ispirati sempre molto alla canzone d’autore, ma a tutta la canzone d’autore non solo a quella genovese, anche perchè non siamo tutti cresciuti qui. Nei nostri ascolti ci sono molto Rino Gaetano, Battiato e De Andrè.

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