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Metto subito le mani avanti affermando che non sono mai stato un grandissimo fan della celebre cantautrice della Louisiana e che, in tutta onestà, continuo ad avere delle riserve su di lei anche dopo questo concerto, comunque più che soddisfacente in quanto ad energia, resa dal vivo e interazione di una band dal feeling più che comprovato. Dopo quel suo terzo lavoro del 1988, che fece puntare i riflettori su di un’autrice al tempo del tutto sconosciuta, Lucinda ha errato girando intorno ad un’idea di musica più che realizzare album dalla scrittura solida (dove comunque troviamo sempre qualche zampata da potenziale fuoriclasse, questo va detto), puntando più sull’interpretazione e sul personaggio chiaroscurale ben espresso da una voce sovente a tinte fosche.

Quello che mi ha portato questa sera ad immergermi nell’umidità estiva di Villa Ada è, una volta tanto, il consueto “ultimo album”: già, perché Lucinda col suo doppio ‘The Ghosts Of Highway 20’ ha scritto una delle pagine più coinvolgenti tra le uscite discografiche dell’anno di grazia 2016, senza se e senza ma.

Certo, dal vivo non c’è Bill Frisell, la cui presenza nel suddetto album è tutt’altro che da turnista e la cui chitarra ammanta il tutto di un’elegante e sospesa desolazione, ma qui abbiamo altresì una band che, come si diceva, definire affiatata sarebbe puro eufemismo: la Williams ondeggia al solito tra l’elettricità Blues che a tratti si dilata e soffia polvere desertica, sconfinando nel Southern duro e puro, per poi alleggerirsi nei momenti acustici densi di country e folk che raccontano storie d’incontri e di addii sullo sfondo del Mississippi, che però risultano anche i meno riusciti a livello esecutivo, a causa della voce della leader che tende a stare costantemente sotto la tonalità giusta o a giocare d’effetto per nascondere le crepe dettate inevitabilmente dall’età.

Molto meglio quando le distorsioni si fanno sentire e le melodie si fanno meno ricercate e più spartane, quando cioè lei è in pieno controllo di quello che succede sul palco e davvero riesce a inebriare e a far battere il piedino anche al pubblico più barboso (in tutti i sensi) sottostante. In realtà, a parte la title-track e la funesta (nel senso buono del termine) ‘Dust’, curiosamente poco altro viene ripreso dal nuovo lavoro, puntando sul repertorio più consolidato e riconoscibile dal suo pubblico, ma pescando bene: da ‘Down Where the Spirit Meets the Bone’ vengono riprese ‘Something Wicked This Way Comes’ e West Menphis’, sovraccaricate di tensione elettrica e riversate tra i rami oscillanti di una brezza leggera, mentre anche un album come ‘Car Wheels On a Gravel Road’ viene scandagliato in più di un’occasione, soprattutto nelle ballate ‘Lake Charles’ e ‘Drunken Angel’, che portano stelle di Nashville a gravitare nel cielo capitolino.

Qualcuno storce il naso durante l’apparente salmo personale di ‘Foolishness’, cantato volutamente con piglio monocorde, ma forse è proprio in quei crescendo monocordi e ripetitivi fin quasi al limite dell’ipnosi che sta il nucleo di questa esibizione romana, tanto che l’esplosione tesa e circolare trova un corrispondente negli applausi e nelle urla d’approvazione che accompagnano il brano durante tutta la sua esecuzione. Non tutto gira per il verso giusto, ripeto, ma la band è sempre sul pezzo e quando Lucinda è in preda ai suoi demoni, allora c’è solo da stare zitti e lasciarsi prendere senza esitazione alcuna.

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