Report di Alberto Carmine – Foto di Simone Bergamaschi

L’Associazione di Promozione Sociale “Rock Inn Somma” ha dato vita, per l’ottavo anno consecutivo, a quattro serate di concerti totally free all’insegna del rock/metal tricolore, con quattro headliner di primordine: gli storici thrashers Hyades, giovedì 18, i power folk-metallers Elvenking, venerdì 19, gli UlMik Longobardeath col loro metal pesante  in dialetto milanese, sabato 20, e gli epic metallers Wotan, domenica 21 luglio.

Un bill tutto italiano, spaziante in più sottogeneri di metal, compresi quelli di nicchia, ha contraddistinto la serata di sabato.

Non delle migliori, purtroppo, l’apertura delle danze, intorno alle 19, affidata alla scialba Calling of the kings dei varesotti MyRefuge, combo dotato di adeguata preparazione tecnica, ma penalizzato da un’ugola (quella di Lorenzo, che sostituisce il cantante ufficiale Moz) non educata a dovere e mai all’altezza della situazione, e da un songwriting raffazzonato, coacervo di stilemi propri e “impropri” di certo heavy-power classico a tinte “sbiadite” thrash-prog (indelicato e imprudente anchesolo avanzare  paragoni con nomi altisonanti tuttora in circolazione). Per tali gravosi motivi, tra i pezzi eseguiti, si salvano a malapena le cover di Electric Eye (Judas Priest) e di Aces High (IronMaiden), rivisitate scolasticamente, ma senza tocchi d’autore, mentre sono bocciate in tronco le ‘neither fish, nor flesh’ Living in AngerThe Cage (tratte dal loro ultimo promo), Storm is coming (dal primo ep “Picture of an august night“), capaci di strappare solo qualche timido applauso di incoraggiamento dalle prime scarne file di amici, parenti e curiosi.  Uno show, a conti fatti, incolore, che lascia il grosso del pubblico dove l’ha trovato, cioè seduto ai tavoli a gustare stinchi di maiale al forno, salamelle alla griglia e altre prelibatezze, innaffiate da corni stracolmi di birra.

Il difficile compito di risollevare un festival partito in sordina viene affidato ai novaresi/varesotti doomsters Tethra, che, forti della decennale esperienza live dei due membri portanti e più carismatici, Belfagor (chitarra – tuttora in forza alla storica deathmetal band Horrid, da lui fondata) e Clone  (clean vocals, screaming & growls – ex Apeiron, Summoner, Gory Blister e Coram  Lethe), calcano la scena con una padronanza del palco (peraltro condiviso con nomi del calibro di Saturnus, DaylightDies, Evadne, Shattered Hope, Sepultura, Forgotten Tomb, Sadist e The Foreshadowing) e degli strumenti davvero considerevole, calamitando all’istante su di loro l’attenzione dei crapuloni metallers ancora assisi ai tavoli per il dessert.

When the moon is coming and the sun is far away, myconstriction is falling down into a darknest way”: con questo lento e “tetrissimo” “recitar cantando” di un alquanto ispirato Clode, parte la crepuscolare e profonda Sense of the night (dall’ultimo lavoro “Drown into the sea of life”), cantata nella sua interezza dai fans più sfegatati addossati alle transenne, che si dimenano e fanno headbanging assecondando le sue variazioni ritmiche.

Il coinvolgimento e l’entusiasmo dei molti aficionados della band crescono d’intensità con Everyone Must Die (dal mini-cd “At the Gates of Doom”), uno dei loro brani più movimentati e rappresentativi: in apertura il roccioso drummer Mike (anche nei Sidhe, Madhour e Vexed) rimane orfano di un pedale, ma l’inconveniente tecnico non lascia traccia alcuna e i metalkids ricominciano  a cantare a squarciagola.

Applausi e grida di apprezzamento all’indirizzo dei vari membridel gruppo (sempre ben in evidenza le trame di basso intessute da Giuseppe Aufiero, così come i muri sonori di riff ricercati, innalzati da Belfagor), che suonano con grinta e trasporto, precisi e compatti.  Si ode anche, nel breve attimo di pausa che precede il pezzo successivo, come fulmine a ciel sereno, un isolato ealtisonante “Vai, Clode!”, tutto per il talentuoso frontman, che passa con disinvoltura dal cantato pulito, a uno screaming belluino ma controllato, a un growl cavernoso come non mai.

Gli oltre sei minuti della successiva Drifting Island, che ricalcano il classico Candlemass –sound nella sua accezione più evocativa, trasportano in un’altra dimensione i presenti, grazie ad un costante , ipnotico “andamento lento” che si scioglie solo nel finale in un riffing di chitarra più sostenuto e “terreno”.

Invitati a stringere i tempi, per non sforare di un secondo il running order prestabilito, i nostri salutano l’audience con la più variegata End of the river, pezzo che chiude anche il loro ultimo album.

Un semplice ma sentito “grazie, alla prossima” di Clode cala il sipario su una performance da incorniciare. Un importante dato di fatto: questi Tethra sanno coinvolgere ed emozionare col loro doom-death melodico, che non prende quasi mai le distanze dall’ortodossia del genere,  dimostrando di possedere quell’x-factor che poche band nostrane possiedono, e che li rende immediatamente riconoscibili.

Appuntamento imperdibile per i loro sostenitori, quindi, quello del 26 ottobre, al Rock ‘n Roll Club di Romagnano Sesia (No), dove la band aprirà, in compagnia dei capitolini The Foreshadowing e dei britannici Antimatter dell’ex Anathema Duncan Patterson, il “The Morning Never Came Anniversary Tour” dei fantastici e blasonatissimi finlandesi melodic doom-deathsters Swallow The Sun.

Mentre il sole si spegne all’orizzonte e scende tiepida la sera, ecco salire sul palco, borchiati a dovere, i cinque giovani e aitanti pesaresi Nightland, pronti a dar battaglia col loro mix esplosivo  di epic-folk-death-black sinfonico, che, sin dalle prime note, riporta alla mente il sound multi-sfaccettato degli storici albionici Bal-Sagoth, pionieri del genere.

Già In Solemn rise, title track del loro ep d’esordio, racchiude in sé una miriade d’influenze. Echi di Children of Bodom,  Rhapsody of fire, Dimmu Borgir, Ensiferum, Hammerfall,  Fleshgod, Apocalypse arrivano così alle orecchie di un’audience che è obbligata a prestare attenzione, per coglierli nel loro insieme e metabolizzarli a dovere. A reggere le redini del gruppo e impartire i tempi ai compagni è il funambolico tastierista Francesco Ambrogiani, che, alla maniera del mitico svedesone Jens Johansson, con mani scivolanti sulla keyboard inclinata verso il basso e piede destro costantemente poggiato  sul reggitastiera, si prodigherà, per tutta l’esibizione, nell’arte di intrecciare i suoi riff e assoli, in rimandi e duetti, con quelli dei due axemen, l’assatanato frontman Ludovico Cioffi (clean vocals, screaming e growls) e Filippo Scrima, alla solista.

Sul versante ritmico, invece, Brendan Paolini, al basso, e Filippo Cicoria, dietro le pelli, daranno fondo alle loro doti tecniche, per reggere costantemente il  ruolo di comprimari indiscussi.

I successivi pezzi, Diamond Siren, Knights of the Dark Empire e Nightland, tratti dal citato ep In Solemn rise, più cinque inediti, tramortiscono il pubblico a suon di feroci screams & growls, cori epici a due-tre-quattro voci,  sfuriate death-black, intricati break strumentali e solismi vari, ma spesso non riescono a coinvolgerlo pienamente. Il motivo è presto detto: troppa è la carne al fuoco messa dai pesaresi nelle loro composizioni, col conseguente rischio, sempre in agguato, di fare un bel minestrone, di risultare  eccessivamente  derivativi e di strappare, qua e là, anche qualche sbadiglio.

Sia ben chiaro, alcuni poghi sono stati scatenati a dovere e il fragoroso plauso finale, loro tributato, ci sta tutto, perché i Nightland hanno ampiamente dimostrato di avere stoffa da vendere, e di saper tenere il palco come i sopraccitati punti di riferimento musicali, ma ciò non toglie che i cinque pesaresi dovranno lavorare molto per trovare quei tratti distintivi capaci di rendere il loro sound “unico e personale”.

Al calar della notte, l’atmosfera del Rock Inn Somma si fa magica e fiabesca sulle melodie ancestrali prodotte dalle tre bionde e incantevoli creature fatate Simon Papa (voce), Elisabetta Bosio (violino) ed Elena Crolle (pianoforte e testiere), accompagnate dai loro maturi rockers di razza Marco “Il fauno” Strega (voce e chitarra), Morgan De Virgilis (basso) e Cosimo De Nola (batteria). I torinesi MaterDea, nati dall’incontro e dalla fusione di due anime (quella della poliedrica cantante/autrice Simon e di Marco, al secolo Pavone, già fondatore della band rock-demenziale Trombe di Falloppio) accomunate dalla passione per la musica “antica”, e assurti, in soli cinque anni, al rango di autentiche stelle nel firmamento del pagan heavy-rock con influenze celtico-medievali, rapiscono in pochi attimi tutto il parterre, proiettandolo, come per incanto, in un mondo surreale, a stretto contatto con l’antico culto della Grande Madre.

Con l’apripista Satyricon, tratta dal loro 2° album omonimo, le danze si aprono, stavolta letteralmente, per tutti,  strumentisti e audience, in un tripudio collettivo di balli e canti gioiosi, intonati all’unisono da Simon, che ammalia con la sua particolarissimavoce di estrazione latin-pop-jazz, Marco e i loro scatenatissimi fans . Il gruppo suona subito compatto e affiatato, e balza all’occhio la perfetta alchimia che lega tra loro i diversi musicisti, o meglio “musicanti”, che si cercano di continuo con ammiccamenti fatti di sguardi, sorrisi e strizzatine d’occhio.L’affascinante connubio tra una solidissima base rock, virante all’heavy nei pezzi più movimentati, e le partiture medievaleggianti ordite dagli strumenti classici, è tratto dominante e distintivo della musica dei MaterDea, caratterizzata da un songwriting di livello superiore (in sintesi, si potrebbe dire chel’icona della musica celtica Loreena McKennitt incontra i nostrani Ataraxia, a passo di rock), da frequenti variazioni ritmiche, e percorsa dalle scorribande violinistiche di Elisabetta,chiamata a recitare  spesso il ruolo di protagonista, sia in fase di accompagnamento che da solista.

Il resto della setlist, molto variegato nell’alternanza di pezzi piú tirati , ballad e semi-ballad, scorre via liscio come l’olio tral’entusiasmo del pubblico, pescando a piene mani da “Satyricon”(eseguite nell’ordine Lady of inverness, The Green Man, Broomoon, Awareness, Benandantes – Malandantes, Castle of Baux e Children of the Gods), eccezion fatta per Another trip to SkyeAn Elder Flute, tratte dall’album d’esordio “Above themists, below the Brambles”. Tutti i brani proposti, pur derivanti da un processo compositivo complesso, che li rende pieni di sfumature, risultano facilmente assimilabili grazie a refrain immediati e cantabili.

Un’altra performance superlativa, dunque, che fa il paio con quella dei Tethra, e che può essere ben spiegata da un assunto fondamentale: sia i numerosi anni di militanza in band e side-projects dai generi più disparati (si vedano le carriere di Simon, Marco, Morgan e Cosimo), sia l’ampia formazione musicale maturata dopo anni di studi conservatoriali e di masterclass (impressionanti, in tal senso, i curriculum di Elisabetta ed Elena) sono presupposti fondamentali per passare dallo status di semplice musicista a quello di artista a tutto tondo, capace di tenere la scena come i MaterDea sanno fare.

Alle 23, acclamato come non mai da un’audience foltissima ed eterogenea (dalle retrovie arrivano “finalmente”, satolli, alticci e contenti, tutti i celti, lombardi e longobardi del “disné serale”, pronti a darsi battaglia tra le prime file), scende in pista il mitico  irresistibile  cantante-compositore- mattatore-intrattenitore lodigiano Ul Mik (il Michele), per celebrare, col suo solito show dinamitardo, dialettal- demenziale, nonché oltremodo alcolico, il ventennale di onorata carriera dei suoi Longobardeath.

All’annuncio della hit Bonarda bastarda (dal 2° album omonimo del 2009), parte il suo “100% Alcoolic Rochenroll Laiv”, che musicalmente si rifà all’hard-rock di AC/DC e all’hard & heavy dei  Motorhead, che scatena un pogo tremendo tra gli alcoholic metallers succitati, tra le risate fragorose dei pavidi presenti, che si mettono al riparo, limitandosi a saltellare, sbracciarsi e cantare a squarciagola, rigorosamente sul posto.

Track by track, attraversando tutta la discografia dei nostri, sul palco si alternano in continuazione i componenti della band attuale Ul Giurgìn (pentul- batteria), Mirko (vanga 6 còrd-chitacustica), Vince (imprecision bass), Don Vito (badìl 6 còrd), con quelli del passato, recente e remoto. Nomi importanti come UlMik, Ul Rob, Ul Giurgin, Ul Teo e Ul Marco, che hanno contribuito a portare al successo “Polenta Violenta” , Bonarda bastarda” e “Ball de Nadal”, lasciano di tanto in tanto spazio a Andrea, Ul Claudio, Ul Lurenz, Ul Gualtiero dei Vexed ,“viulentissima” band thrash-black, formata da Ul Mik nel lontano 1996.

Da sottolineare il fatto che i vari strumentisti citati, preparatissimi a  livello tecnico, si fanno in quattro per eseguire al meglio tutti i pezzi in scaletta.

Alla triade classicissima costituita da “Mariuccia”, “Ti me fè girà i ball” (rifacimento di “You spin me round” degli ottantiani Dead or Alive), “El Giacumin strasciabusècch” , in occasione della quale sale sul palco una groupie sfegatata, e che si conclude con l’asserzione del Mik “senza busèch, numà bistèch!” (tradotto“senza budella per gli insaccati, solo bistecche”), fa seguito Ul Giuvan Rochenroll (medley pazzoide di Johnny be good (ChuckBerry), Born to be wild (Steppenwolf), e Whole lotta rosie (AC/DC).

Poi è la volta della volgarotta Natasha Internacional, cover del già tradotto canto popolare sovietico “Casatchok (il ballo della steppa), seguita a raffica da Fa’ balà l’och (trad. “guardati in giro”), con un bel “vada via al cu will never die” finale del Mik a suggellare il tutto.

Tempo di anteprima con l’esilarante Ghè minga bira alle Haway,che fa notare l’inopportunità di recarsi in posti esotici, dove manca la bevanda luppolata. Poi, subito dopo, il singer sentenzia con un coretto in tema : “bevo, bevo, mi ubriaco e son felice, anche se vomitooo!”.

Il Michele richiama on stage la formazione degli esordi per “picàgiò fin a la mòrt” con alcune cavalcate assassine di slayerianamemoria.

Viene poi “scongelato dal frigo” (queste le parole del Mik) anche tale Flavio B., e, con lui alla batteria, parte l’hit L’Ass de Pich, cover di Ace of Spades dei Motorhead, che scatena un mosh-pit esagerato.

Da qui in avanti si assiste a un avvicendamento continuo dei più svariati ospiti sul palco, fino a colmare l’intera scena.

In prima battuta, mentre vengono sparate a mille le nuove Porta Romana e Luciano (brano ispirato alla figura  della Mala Milanese anni’70, Luciano Lutring), fa irruzione sul palco un manipolo di groupies assatanate, vestite di soli pantaloncini inguinali  e  maglietta  sopra l’ombelico; poi, a prendere d’assalto Ul Mik e compagni, sono alcuni membri della crew del gruppo, armati di corni giganti, di improbabili spillatori di birra e altre misteriose bevande colorate, nonché di fucili a pompa da mare, dotati di serbatoi pieni di birra; poi ancora, ma stavolta in maniera più composta, fa la sua comparsa in scena una rappresentativa di musicisti delle varie band esibitesi nel corso della serata. Arriva infine il momento di vedere i fari puntati anche sugli organizzatori della serata: uno di questi, in preda ai fumi dell’alcol, decide di trasgredire le regole del buon costume, emettendo nel microfono una  serie di rutti a catena.

A compagine alcolica completata, per la serie “non c’è limite alla demenzialità contagiosa”, vengono suonate nell’ordine, chiaramente in chiave metal, la celeberrima sigla del pranzo è servito, la sovversiva Polenta Violenta, con relativo pogo a seguire, e “Viva l’amor, l’amor, l’amor, che viene e che va”. E,mentre la banda suona, gli spillatori e i fucili a pompa cominciano a innaffiare l’accaldato pubblico delle prime file, che gradisce la magnanimità del gesto, continuando imperterrito a sbellicarsi dalle risate.

Indipendentemente dal fatto che la musica proposta da Ul Mik possao meno piacere, il “pure amusement”, con i mitici Longobardeath, è sempre garantito.

 

Comments

comments

A proposito dell'autore

Redazione

100DECIBEL vi racconta la musica live