L’esordio di Lisa Giorè non è di primo acchito, non è un lavoro da mettere in play e lasciarlo scivolare…non è un linguaggio automatico e cristallino ma di certo, ad aver voglia di spulciarlo come si deve l’avventura si fa preziosa. Si intitola “Le vie dell’insonnia” e dietro una tendina di 10 diapositive personali c’è un pop in rosa intricato di melodie e di un mood spesso “pesante” che cerca – a mia impressione – quasi l’esame di coscienza verso se stessa e verso la propria vita. Difficile star dietro ai testi che sono ben costretti in spazi angusti spesso e volentieri privi di respiro e di spazio per prendere fiato. Ma la Giorè è anche altro in alcuni brani dal sapore popolare e quasi paesano, altri sono i tratti sfacciatamente pop da radiofonia italiana…è anche l’elettronica fa il suo gioco con una visionaria “L’effetto del vento” a mio avviso il brano più interessante del disco, in cui bellissime ritmiche cullano una melodia di campi aperti in cui correre. Un esordio che gioca carte interessanti prima di pensare al futuro immediato:

Lisa Giorè ad un esordio: come ci arrivi? Insomma: qual è la genesi di questo “Le via dell’insonnia”?
Ho iniziato a scrivere i primi brani più o meno sei anni fa, ma li tenevo per me e la sola idea di farli sentire a qualcun altro mi faceva stare male, perché per me erano cose estremamente intime. Con il passare del tempo ho iniziato a sentire il desiderio di dare a quei brani dei veri arrangiamenti, non mi bastava più immaginarmeli mentre strimpellavo malamente la chitarra in salotto. Negli anni successivi ho cercato dei musicisti che potessero collaborare a questo progetto, che si è arenato più volte proprio perché non riuscivo a trovare le teste giuste: le ho trovate nel 2014 e all’inizio ci presentavamo La Fabbrica di Polvere, mentre adesso sul disco c’è il mio nome, ma la sostanza non è cambiata: io alla voce e occasionalmente al basso, Debora Porciello al pianoforte e flauto traverso, Leonardo Montalbano alle chitarre e Nicolò Grascelli alla batteria, come è sempre stato da quando ci siamo conosciuti. Ognuno di noi ha avuto un percorso formativo molto diverso e si è portato dietro le più disparate influenze, che spaziano dalla musica classica al folk, dal rock al jazz, dal cantautorato al blues. Ci siamo ritrovati in piena estate nel cantiere dove si stava costruendo la nuova sede del Soundy, il “nostro” studio di registrazione: ci siamo posizionati nell’unica stanza agibile e intorno a noi muratori, cartongessisti, elettricisti e imbianchini, Damiano Magliozzi che ci registrava da una postazione improvvisata tra cumuli di materiale edile ed Eugenio Giuseppe Arena che ci aiutava con gli arrangiamenti e con i suoni campionati. Sono passati cinque anni tra la nascita dell’idea e la sua concretizzazione, ho avuto spesso momenti di sconforto nel vedere che questi brani che tanto volevo stentavano a nascere, ma alla fine forse è stato meglio così, dopotutto il tempo fa maturare i pomodori, ma anche i cervelli.

Ma in una situazione di così ampia crisi, del disco come della comunicazione: che significato ha per te pubblicare un disco oggi?
Quando si riordinano le fotografie, le raccogliamo in gruppi; facciamo la scatola con quelle della vacanza al mare, la scatola con quelle del matrimonio, la scatola con quelle scattate ad un concerto: un disco è la stessa cosa, ci vanno dentro dei brani che siano accomunati tra loro da qualcosa, altrimenti non ne vedo il senso.
Dal punto di vista commerciale invece non so risponderti: si dice che gli album non si vendono più, che molta gente ascolta solo i singoli, che i cd ormai servono solo come gadget ai concerti… ma questi appunto sono ragionamenti da fare in un’ottica commerciale, io prima faccio la cantautrice perché è quello che mi viene di fare a prescindere da tutto il resto, quindi raccogliere i miei brani in in un albume era qualcosa che avrei fatto in ogni caso, il discorso del “se e quanto riuscirò a vendere” è importante, ma viene dopo.

Ci incuriosisce anche la copertina di questo disco: ce la racconti?
Una cornice bianca distrutta dai miei gatti, una tazzina con occhi, naso e bocca, un’impalcatura di legno per i rampicanti, una scopa, cartoncino, spago, colla, forbici e mollette da bucato: gli ingredienti per realizzarla sono stati questi. La foto è di Fabio Cappelli, mentre la rielaborazione grafica è a cura di Mariangela Iannotta, che sono miei carissimi amici: ci siamo trovati a casa loro un sabato mattina e abbiamo fatto tutto. E’ una copertina un po’ strana, ma ci sono tanti elementi che riassumono il contenuto dell’album: rappresenta l’insonnia e le sue conseguenze, la mattina successiva ad una notte passata in bianco, la vista annebbiata, i sensi alterati, il nulla intorno.

Che poi ci sembra essere un disco molto ispirato: come si passa da brani come “Danza macabra” a “Scarse prospettive”?
E’ sicuramente un lavoro molto personale, alla fine ciò di cui parla è una periodo della mia vita decisamente complesso e ci si ritrovano tutte le mie tempeste cerebrali, il grigio che vedevo ed il freddo che sentivo. Tra i dieci brani dell’album, ce ne sono due che si distaccano da questo filo conduttore e sono proprio questi due.
Mentre in tutti gli altri brani dell’album l’argomento, anche se nascosto tra metafore ed immagini, è sempre qualcosa di reale, “Danza macabra” è invece surreale e visionario: è la descrizione di un incubo che ho avuto parecchi anni fa e che aveva a che fare in qualche modo con l’omonima iconografia tardo-medievale e con un quadro del pittore fiammingo Bosch. “Scarse prospettive” non parla di niente che mi riguardi in prima persona, è solo una storiella che mi è venuta in mente e con cui ho voluto giocare.

E poi in particolare su quest’ultimo: come mai ti è venuto così allegro come brano? Se non sbaglio, ti chiedo scusa in caso contrario, mi pare sia un testo tutt’altro che positivo e solare.
È esatto: la melodia è allegra, invece il testo parla della fine di un rapporto tra due persone che un tempo erano importanti l’una per l’altra e che adesso si trascinano nella noia e nell’abitudine continuando a stare insieme per semplice pigrizia. Ci abbiamo giocato molto, volevamo renderlo un brano divertente nonostante l’argomento trattato, anche perché il rischio era quello di scadere nel sentimentalismo tragico o di fare una canzoncina priva di personalità e alla fine è venuto fuori un brano perfetto per diventare il singolo di lancio, con un sound allegro e orecchiabile, un argomento di facile comprensione, ironia: Damiano ha aggiunto il delay sul mio intro di marranzano e gli ottoni campionati, Leonardo si è inventato il riff di chitarra, Debora il finale rallentato e rimbalzante, insomma, ognuno ha dato un tocco che è servito ad arrivare al risultato finale.

Infine l’elettronica: mi pare tu l’abbia sfacciatamente usata solo sulla chiusura del lavoro con “L’effetto del vento”. Come mai questa scelta?
È l’unico brano del disco che non è stato suonato da Debbie, Leo e Nic: ci sono solo voce, harmonizer, synth e percussion pad. Si regge solamente su due accordi, il testo ha una metrica particolare e anche la struttura lo è, perché non esistono ritornelli o parti ben definite: volevo che avesse un suono etereo, per adattarla alle parole e al significato, così con Eugenio Giuseppe Arena ci siamo fatti venire questa idea.
Ho scelto di metterla come chiusura dell’album sia per la sua diversità rispetto agli altri brani, sia perché è dedicata ad un amico che non c’è più: è come il saluto a qualcuno che si allontana guardandoci dal vetro posteriore di un autobus.

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