Partiamo da una considerazione, che in sé raccoglie forse già la sintesi di questa serata al Postepay Rock In Roma in compagnia di Lenny Kravitz: se sai fare il tuo mestiere tutto il resto è superfluo. Sembra banale a dirsi ma provate a elencare quanti artisti possono davvero vantare e affermare di poter reggere un intero spettacolo senza fronzoli o scenografie esagerate, vestiti soltanto della loro bravura e dedizione, e tenere comunque il pubblico incollato alla propria performance.

Che quello di ieri dovesse essere un live all’insegna del trasporto, del rock, del blues (ma anche del funk) e delle grida d’amore lo avevano preannunciato già i London Souls e Gary Clark Jr in apertura: quanto può cambiare il mondo con una chitarra suonata in quel modo? Totalmente.

È come se Lenny Kravitz volesse contornarsi solo di gente che, come lui, pensi che l’ondata rivoluzionaria e appassionata del rock che ha le sue radici negli anni sessanta e settanta non sia mai rimasto relegato solo a quel tempo come tanti vogliono farci credere, ma che abbia continuato la sua strada fino ad oggi, adattandosi alle esigenze e sound più moderni in alcuni momenti, pur senza mai abbandonare la sua vera natura.

Non è un caso anche che lui si riferisca alla sua band come alla sua famiglia, è qui con loro che la musica, la sensualità e la spiritualità (sia intesa come vocazione che come credenza) hanno casa. Lenny Kravitz ieri si è divertito, questo è poco ma sicuro ed è stato evidente per tutti, 12 brani in quasi due ore di spettacolo significa tante jam, tanti assoli, tanti momenti dedicati a chi era li sul palco a diffondere le proprie vibrazioni e la propria energia.

Lo Strut Tour dunque lascia un segno profondo nella capitale e, sul finale, il colpo di scena. Un ragazzo dal pubblico, che nella vita si esibisce con la sua band-tributo proprio dedicata all’artista newyorkese, viene chiamato a salire sul palco per buttarsi con tanto di chitarra e microfono in Are you gonna go my way di fronte ad un divertito quanto sorpreso Lenny Kravitz. Un american dream realizzato, un happy ending, chiamatelo come volete, quello che è certo è che il ragazzo, che fra l’altro se l’è cavata benissimo, avrà avuto difficoltà a dormire la notte!

 

La scaletta:

Frankenstein
American woman
It ain’t over ‘til it’s over
Dancin’ til dawn
Sister
Believe
Always on the run
I belong to you
Let love rule
Fly away
The chamber
Are you gonna go my way

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