Elettronica che si fonda in una visionare estetica di provincia dal sapore indie. Sonorità post-atomiche contro richiami tribali e trasgressioni di stili. Non ci sono mezze misure e non ci sono lasciapassare per il complesso lavoro dei Lebowski che tornano e ci parlano di uomo come entità sociale in una malattia degenerativa che è il quotidiano. Si intitola “Cura Violenta” questo nuovo lavoro di 10 inediti che si aprono con una suggestione elegante di sax per una title track dolce, noir, introspettiva. Uno strumentale che devia le aspettative per i novizi fan dei marchigiani. Una composizione che esalta con novità stilistiche e poi rincuora chi dai nostri si aspettava denuncia noise di matrice urbana. Un disco davvero di controcultura.

Disco di avanguardia o di celebrazione di uno stile indie “poco diffuso”?
[Nicola] In realtà non abbiamo una risposta a questa domanda. E’ l’ascoltatore che deve giungere alle proprie conclusioni, in base al suo background musicale ed alla propria sensibilità. Noi abbiamo messo in scena un immaginario musicale che attraversa generi e riferimenti perché è da lì che veniamo… siamo ascoltatori curiosi e senza paraocchi, quindi effettivamente abbiamo accumulato negli anni tantissime ore di ascolti variegati, ma sempre rivolti, almeno dal nostro punto di vista, alla qualità: dalle avanguardie psichedeliche al pop più raffinato e alternativo, dalla new wave al blues, da certo cantautorato al punk. Se poi vogliamo prendere in considerazione la moda del momento, beh, i Lebowski sono sempre stati molto lontani dall’hype contemporaneo. Siamo un po’ fuori dal tempo in effetti.

Il rock, il noise, la psichedelia… ma c’è anche tanto “barocco progressive” nella scrittura, o sbaglio?
[Nicola] Quest’ultimo accostamento, in effetti, ci spiazza un poco! Ma torniamo a quello che dicevamo prima, se viene captata questa influenza, allora è probabile che, ad esempio, qualche reminiscenza di Pink Floyd o King Crimson (sempre con le dovute proporzioni, è chiaro!) sia riaffiorata dopo anni. In fondo, il rock progressivo influenzò parecchio generi appena successivi come il krautrock e il post-punk, da cui, forse, si può notare una più diretta discendenza della nostra musica.
In ogni caso, visto che si è nominato il progressive rock, quello che ci piacerebbe recuperare del suo periodo d’oro, sarebbe la capacità di attirare ascoltatori ed attenzione a dispetto della complessità della musica e degli standard commerciali vigenti. Ecco, sicuramente oggi alcuni musicisti commettono l’errore di badare di più alla forma che non alla sostanza, generando una triste corsa al ribasso qualitativo. Noi abbiamo cercato di fare le cose senza fretta proprio per evitare questi rischi. Speriamo di esserci riusciti.

Una “Cura violenta” per cosa precisamente?
[Riccardo F.] La risposta è complessa. Nel disco parliamo di diversità, di cambiamento, di ribellione, di chi si è arreso e si piange addosso, di persone che non hanno scrupoli. Persone che, per proprio volere o per circostanze avverse, vivono o provocano un disagio che in qualche modo cercano di curare.
Ognuno ha la propria “cura violenta”.

Dal qualunquismo – che penso sia alla base di molte vostre canzoni, in senso esteso – ci sarà una cura?
[Riccardo F.] Se per “qualunquismo” intendiamo l’atteggiamento disinteressato e polemico verso le istituzioni o il mondo in generale, direi che siamo un po’ fuori strada. Nelle nostre canzoni non ce lo vediamo molto, però ci fa piacere che ognuno interpreti il messaggio a modo suo. Era un po’ l’obiettivo che ci eravamo dati, esprimere un’idea ma lasciare libera l’interpretazione.
Non abbiamo mai pensato al “qualunquismo” nella stesura dei nostri brani e non abbiamo una risposta alla tua domanda. Ci sarà una cura? Chi lo sa? Il trend, sicuramente, non è dei più positivi. Oggi le persone hanno gli strumenti per informarsi. Il problema è che farsi un’idea e diventare consapevoli è molto faticoso e spaventa.

E l’uomo di domani, la sua storia e la sua musica: cosa vi viene in mente se pensate a tutto questo?
[Riccardo L.] Molto dipende dallo stato d’animo che hai quando ti approcci a questa domanda. Se sei positivo, magari immagini e sogni un uomo e una donna di domani riflessivo/a, indipendente e responsabile delle proprie scelte, capace di scrivere con autodeterminazione la propria storia e, di conseguenza, in grado di fare buona musica. Se hai passato una giornata di merda e ti girano le palle ti viene il forte dubbio che invecchierai sul tuo divano guardando la tv e, magari, ascoltando in sottofondo un album dei Tokyo Hotel.

Chiudiamo facendo della metafora con il vostro primo singolo estratto: come mail il “business in Africa”?
[Simone] In zone povere del mondo accadono soprusi e violenze di ogni tipo, perpetrate da persone che sostengono di essere là per portare evoluzione e progresso, ma che come unico scopo hanno il tornaconto personale. Ecco, in “Paolo ruba cuori” abbiamo usato il gioco di parole per trattare l’argomento del mercante d’organi. Inizialmente il personaggio sembra suggerire la figura del playboy, fino a scoprire poi che il business di cui si parla all’inizio è ben più terrificante. In definitiva, che si voglia vedere nella figura di Paolo un mercante d’organi o un mercante di persone (finalizzato allo sfruttamento della prostituzione, ad es.) e che il registro usato sia piuttosto caustico non cambia il nocciolo della questione: la canzone parla di sopraffazione del potere e di barbarie.

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