E se il singolo promette riferimenti automatici all’indie-pop digitale di oggi, con queste liriche adolescenziali sull’amore quotidiano, il resto del disco invece promette anche del sano rock anni ’70. E come tutto questo riesca a convivere assieme è il segreto che fa di questo secondo disco de Le Frequenze di Tesla una vera chicca di musica suonata oggi che siamo figli dei computer… e dei robot in grande misura. Si intitola “Il robot che sembrava me” ed è un bel concentrato di musica d’autore che vuole raccontare l’uomo e il suo alter ego industriale, un concept (se mi si concede l’uso della sintesi violenta) che gravità attorno alla figura cibernetica di un robot che vive le stesse dinamiche umane. E questo, sempre in nome della sintesi di cui sopra, apre scenari di lettura d’attualità molto forti e incisivi. A voi le personali conseguenze. Intanto pensiamo a questo suono che gioca a ping pong con i cliché indie e quelli rock. Bella storia…

Un disco davvero interessante ragazzi, complimenti. Noi parliamo di rock… e in questo lavoro il rock degli anni ’70 è assolutamente vivo e vegeto. Non è così?

Enrico: Assolutamente si! Ci sono, tra le varie cose, assoli e riff di chitarra elettrica distorta tramite amplificatori valvolari, più anni 70 di così?
In generale crediamo che il rock non sia mai morto, si è solo trasformato mantenendo comunque degli elementi invariati che sebbene possano a tratti sembrare in secondo piano, improvvisamente ritornano nel modo più inaspettato.

Matteo: nella scrittura e nella registrazione delle canzoni di quest’album abbiamo sempre cercato di mettere al centro di tutto il gruppo: prima di tutto volevamo far sentire un gruppo che suona. In questo senso il rock della vecchia scuola è stato un importante punto di riferimento da cui siamo partiti per cercare la nostra formula personale.

Nelle vostre didascalie stampa citate il rock degli anni moderni. Ma io ci rivedo anche molto dei Led Zeppelin e ovviamente il surf pop dei Beatles…

Enrico: i Beatles sono un punto di riferimento con cui ho imparato a suonare, non avrebbero potuto non esserci. Lo stesso discorso vale anche per i led zeppelin, sebbene non allo stesso livello.

Matteo: i Beatles ci piacciono molto ma, oggi come oggi, è quasi inevitabile subirne l’influenza. La loro produzione ha abbracciato molti ambiti della musica leggera e ha gettato le basi per altri generi che sono stati definiti dopo. Anche i Led Zeppelin sono un gruppo molto influente, anche se forse non allo stesso modo per tutti. Ognuno di noi porta il suo personale contributo al sound del gruppo. Ci piacciono i classici del rock, ma non solo!

Le vicende in chiave adolescenziale di una vita in bilico tra il “robot” e l’umana condizione. Secondo voi che differenze ci sono? Ovviamente le sto trattando come metafore di vita quotidiana…

Enrico: la chiave di lettura del titolo del disco sta proprio in questa ambiguità, per cui ogni giorno gli essere umani appaiono sempre più simili a degli automi. Iniziamo a comportarci in un modo programmato, anche l’attività emotiva è ormai incanalata in degli schemi sociali prestabiliti. Allo stesso tempo le macchine sembrano ogni giorno sempre più umane (basti pensare agli assistenti vocali degli smartphone). Le differenza per fortuna ancora ci sono ma andranno sempre di più a sfumare.
L’empatia (la capacità di riuscire a immedesimarsi negli altri) probabilmente è la qualità che ancora ci differenzia dalle macchine, anche se ogni giorno ne perdiamo un poco per inseguire i freddi programmi dettati dalle nostre aspirazioni sociali.

Matteo: abbiamo scritto queste canzoni dopo aver letto un racconto di fantascienza (Il robot che sembrava me, di Robert Sheckley) scritto ormai quarant’anni fa, ma che parlava di come viviamo oggi. La storia di un uomo che è talmente inserito nella società da non trovare più il tempo di vivere ci ha colpiti molto: il nostro “lato robotico” viene molto spesso incoraggiato, nella quotidianità.

Il singolo di lancio “Le migliori evidenze” sembra davvero un brano che ha poco a che fare con questo disco… siete d’accordo? E nel caso ci ritroviamo in questa impressione, come mai avete intrapreso questa direzione artistica?

Enrico: in realtà non sono d’accordo. Il contrasto è voluto ed è un riferimento
proprio al titolo e al testo della canzone. “Le migliori evidenze” a volte ingannano, proprio quando uno pensa di aver capito come le cose stanno andando si ritrova spiazzato a rivalutare tutto quello che aveva pensato in precedenza. Diciamo che rappresenta un piccolo e temporaneo ritorno di umanità, una scintilla emotiva, in contrapposizione alla narrazione precedente dove si assiste invece progressivamente al prevalere sullo sfondo di una freddezza meccanica, quasi robotica appunto.

Matteo: “Le migliori evidenze” è una riflessione sui rapporti sentimentali, in cui i personaggi, pur vivendo la storia in prima persona, si guardano da fuori. Sono contemporaneamente attori e pubblico: recitano la loro parte in modo automatico, facendo quello che non solo il partner, ma chiunque si aspetterebbe che si debba fare quando si vive una storia. È un modo di essere automi, diventando gli ingranaggi di una situazione. Il protagonista della canzone a un certo punto decide di non stare più alle regole di questo gioco e si ribella. Abbiamo arrangiato il pezzo cercando di sottolinearne i diversi momenti e, trattandosi di un tema per noi molto attuale, ci è sembrato giusto spingere su sonorità meno “classiche”.

A chiudere: la scena indie-rock-pop italiana secondo la vostra ottica e il vostro vissuto. Cosa ci dite?

Enrico: personalmente credo che sia stata una ventata d’aria fresca in un panorama musicale che , diciamolo chiaramente, si era fatto un po’ stantio. Ha il grande merito di aver riavvicinato un pubblico giovane alla musica italiana.

Matteo: sicuramente questo è un periodo di grande fermento, ma è molto difficile dire qualcosa perché ci siamo ancora dentro. In giro ci sono molti gruppi con molte idee interessanti. A parte il circuito grosso, le scene underground possono riservare delle sorprese.

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