Un concerto difficile da dimenticare quello di ieri sera dei Mumford & Sons, che hanno calcato il palco del Postepay Rock In Roma, realizzando una performance in grado di offrire belle emozioni e buona musica.

La band londinese – composta da Marcus Mumford (voce, chitarra e batteria), Winston Marshall (voce, chitarra resofonica e banjo), Ben Lovett (voce, organo e tastiera) e Ted Dwane (voce e contrabbasso) – ha portato sul palco uno spettacolo intenso, capace di catturare solo attraverso la musica e che ha bisogno davvero di poco altro per essere di successo.

Ad aprire lo show è Eaves, pseudonimo del cantautore britannico (per la precisione di Leeds) Joseph Lyons che appena qualche mese fa ha lanciato il suo primo album What Green Feels Like e che approda in Italia con il suo primo tour internazionale. Nonostante la serata sia tiepida, il cantautore riesce a trasportarci nella uggiosa Inghilterra attraverso un folk profondo e malinconico che però non disdegna sonorità grunge. Per molti una grande promessa che nonostante la giovane età (appena 20 anni) si esibisce davanti al pubblico italiano con convinzione e naturalezza, anche perché molti i grandi tour che lo avevano ospitato sul palco.

Poi tocca ai Mumford & Sons salire sul palco e molti si domandano come la band riuscirà ad fondere le due anime che sembrano contraddistinguerla: quella spiccatamente folk dei primi due album (Sigh No More del 2009 e Babel del 2012) che li ha portati alla fama, ad un lunghissimo e –praticamente- continuo tour e a guadagnarsi diversi nomination ai Grammy Awards (Babel nel 2013 ha vinto un Grammy come Miglior Album) oltre che diversi riconoscimenti internazionali; e quella più indie rock, che invece troviamo nell’ultimo disco Wilder Mind uscito a marzo del 2015. L’attesa è tanta e lo show, nonostante le perplessità per questa svolta elettronica che ha suscitato le più svariate reazioni, è all’altezza delle aspettative e forse riesce anche a superarle. La band alterna i pezzi storici ed i nuovi in modo naturale ed originale, legandoli alla perfezione in una coerenza che non fa percepire salti eccessivi. Ciò che alla fine emerge non è tanto la distanza fra il prima e il dopo, quanto il “durante” di un gruppo che di assi nella manica ne ha da vendere e che unifica presente e passato sotto il marchio inconfondibile della band. Un gruppo versatile, che suona tanto e tanti strumenti, aspetto questo che forse si percepisce meglio proprio nell’ultimo album. Ecco che, quindi, si comincia con la chitarra elettrica per poi passare all’acustica, poi finalmente il banjo e il contrabbasso, per arrivare quindi a farsi cullare dal pianoforte.

Il concerto dei Mumford & Sons è proprio questa alternanza, questo passare dal saltare sulle note folk al cullarsi con melodie delicate, che sfociano in momenti in cui ci sono i quattro componenti della band davanti ad un solo microfono e con una sola chitarra acustica – imbracciata da Marcus– che chiedono silenzio al pubblico per sussurrare le loro canzoni, in un soffio intimo e caldo che avvolge i presenti, come nel caso di Timshel e di Cold Arms. Il tutto valorizzato dalla voce profonda e a tratti sporca e graffiante di Marcus, in un percorso nel cuore del gruppo. E le perplessità si risolvono da sé nel momento in cui si capisce che la scelta elettronica deriva semplicemente dalla voglia di suonare e di farlo in modo ispirato, dalla volontà di assecondare un’inclinazione e un momento artistico.

L’autenticità, il sangue, il sudore, la passione e il desiderio di far musica trasuda da ogni strofa e ritornello; e tanto basta per avere uno spettacolo coinvolgente, che ti entra dentro in un crescendo emotivo incontenibile, che riempie e completa. E anche se l’anima folk continua ad affascinare un po’ di più, anche quella indie rock sembra non tradire la grandezza di un gruppo che durante la serata ride e scherza con i 12.000 presenti a capannelle, li ammalia e li travolge, li carezza per poi scuoterli, fino a farli inesorabilmente innamorare di loro.

Di seguito la setlist del concerto:

Hot Gates
I Will Wait
Roll Away Your Stone
Snake Eyes
Wilder Mind
Awake My Soul
Lover of the Light
Thistle & Weeds
Ghosts That We Knew
Believe
Tompkins Square Park
The Cave
Timshel (acoustic)
Cold Arms (acoustic)
Only Love
Ditmas
Dust Bowl Dance

Encore:
Broad-Shouldered Beasts
Little Lion Man
The Wolf

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