Più che Le Luci della Centrale Elettrica, ora sembra più giusto chiamarlo con il suo nome, Vasco Brondi. Dall’album Costellazioni (2014) aveva iniziato ad aprirsi ai colori, a suoni e mondi diversi, e con Terra (2017), il processo è completo.

Anche dal vivo, all’Atlantico di Roma, lo spettacolo è più rotondo. Basta una band essenziale a dare più significato ai classici come “Quando tornerai dall’estero” e “C’eravamo abbastanza amati”, e non importa se Brondi sceglie in modo, da lui definito impopolare, di riportare dal vivo tutto il nuovo LP, perché il pubblico che ha davanti apprezza il nuovo forse anche più del vecchio.

A tre anni di distanza dall’ultima volta all’Atlantico, i fan accaniti, i puristi e gli intenditori delle Luci si sono ristretti tra le prime file, lasciando il resto del parterre a un pubblico che così eterogeneo non si era mai visto.

Forse Vasco Brondi è rimasto davvero l’ultimo degli indipendenti, il cantore di una generazione che adesso salta i suoi brani quando finiscono in riproduzione casuale. E forse sempre per questo motivo anche la sua musica è cambiata, più per tutti, più ritmata, più completa, e del cantautore da cameretta buia è rimasta qualche rara traccia. Adesso, al suo posto, c’è un cantastorie che deve rendere conto a spettatori più anziani di lui, gli adolescenti sono cresciuti, e la tristezza è (quasi) finita.

In apertura Colombre, il progetto di Giovanni Imparato, che sembra aver fatto già dimenticare al pubblico i suoi vecchi trascorsi con regine francesi decapitate, e Flavio Giurato, un cantautore romano che guida anche i giovanissimi fra le periferie dimenticate della capitale.

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