E’ iniziata da poco più di una settimana al Circolo degli Artisti la rassegna musicale Aurora dedicata a quelli che sono considerati i nuovi approcci alla produzione musicale, in particolar modo per quanto riguarda la musica elettronica e ibrida. Settimana scorsa avevano calcato il palco del circolo gli statunitensi Blackbird Blackbird di matrice per lo più ambient e synth-pop, mentre questa settimana la direzione artistica ha deciso di fare una piccola inversione di rotta con una line up tutta italiana.

Partiamo con la bellissima e misteriosa J Moon.  All’anagrafe Jessica Einaudi, milanese in tour per presentare il suo EP  Hidden Garden  in uscita il 21 Marzo registrato e composto interamente a Berlino. J Moon ha l’aria di una cantautrice d’altri tempi: nella sua voce si ritrova una grazia malinconica che fa pensare un po’ agli anni ’20, ma contaminata in maniera magistrale da quell’elettronica soft, senza troppi fronzoli e giusta quel tanto che basta da rendere il suo progetto interessante e affascinante sotto tutti i punti di vista.

Dopo la cantautrice milanese è il turno degli Above The Tree & Drum Ensemble Du Beat. Che dire, qui l’avanguardia e la contaminazione si sentono in maniera imponente: la struttura ritmica si regge su batteria e drum machine, le vocals ci sono e non ci sono aleggiando in questa dimensione a metà tra l’etnico e l’elettronico che alla lunga rischia però di diventare stancante, seppur con un impatto scenico interessante.

E infine la nuova promessa della musica indipendente italiana. Da poco passati all’etichetta Garrincha Dischi, L’Officina della Camomilla, giovanissimi e capitanati da Francesco De Leo, possono essere definiti come l’emblema della nuova musica indipendente made in Italy: non c’è più la classica solfa melensa a farla da padrone ma un tripudio di allegria e iperattività. Il loro sound ha delle influenze riprese abbastanza dagli anni ’80 ma anche, sotto certi punti di vista, dal punk e, paradossalmente anche dal folk. Sono il ritratto di quello che è il modo di vedere la musica al giorno d’oggi, riprendendo qualcosa da tutto pur restando fedeli ad un personale sound.

Una cosa che stupisce è l’allegria che pervade i membri della band durante ogni brano: le chitarre di Anna Viganò con suoni nitidi e “prepotenti” per certi versi e l’utilizzo poco invasivo dei synth danno una spinta forte ad ogni pezzo senza però far venire meno il mood senza filtri della band, lasciando spazio a testi leggeri, che raccontano realtà giovani senza cadere nei soliti e moderni clichè dei testi impegnati (che poi tanto impegnati non sono). Un po’ di allegria non guasta mai in tempi come questi e sembra che questi ragazzi l’abbiano capito bene. D’altronde, chi ha mai detto che a vent’anni   devi necessariamente cantare del “male di vivere”? Ma poi, sostanzialmente, a vent’anni cos’è questo “male di vivere”?

Comments

comments