Ritroviamo la chitarra artigiana di Krishna Biswas e quel suo modo umile e distaccato di farcela vedere. Esattamente: vedere e non solo sentire. Di certo siamo consapevoli tutti che per reggere un dialogo in merito ad una composizione di questo livello occorre una preparazione adeguata, cosa che ovviamente manca in larga scala per tutto lo scenario “popolare”, dall’indie maniera al pop mainstream. Ma un encomio lo rivolgiamo a lui e alla sua produzione – la RadiciMusic Records – che cercano di far arrivare la voce di simile derive artistiche anche in canali tradizionali come il nostro. Non dimentichiamolo mai che la musica italiana è anche e soprattutto questa. E dunque lasciamo girare questo nuovo disco di Krishna Biswas dal titolo “Radha” e ci fermiamo ad ascoltarlo con stupore e interesse, con fascino ed incanto, senza premere sull’acceleratore della presunzione cercando inutili appigli di etichette e rimandi ad ascolti che, inspiegabilmente, restano confinati a pubblici di nicchia. Personalmente c’è poco margine per una comprensione tecnica. Invece lascio spazio alle emozioni che si rendono protagoniste in questo disco che celebra la dualità tra l’intimo e l’universale. Sono 15 composizione di sola chitarra acustica in cui Biswas ricerca il dettaglio, le finissime soluzioni, tra accordature poco convenzionali (come dice lui) e rimandi di visioni semplici. L’avevamo conosciuto con “Panir”, disco che alternava in suite brani dolci a scritture dinamiche… ora lo ritroviamo in questo “Radha”, dove la riflessione e la misura curata di ogni singola voce fa la differenza, quasi a celebrare una maturità e una saggezza di chi ha compreso che non sono soltanto la fretta o la pomposa scena tecnica a veicolare il bello. Affascinante spazio lasciato anche all’improvvisazione nella bellissima traccia di chiusura “Maggese”. Ricordiamo che “Radha” è disponibile anche in Lp.

Ben ritrovato Krishna. È passato quasi un anno e si rinnova la tua scrittura, la tua fertile visione del suono e della composizione per chitarra acustica. Tracciamo le differenze, soprattutto rendiamole comprensibili anche per un pubblico che è meno abituato a questo linguaggio musicale. Nel suono e nella scrittura, da “Panir” a “Radha” che percorso e che tipo di evoluzione hai vissuto?
Salve, bentrovati. Nonostante i due dischi, “Panìr” e “Radha” siano pubblicati a poco più di un anno di distanza in realtà sono divisi da tre anni e mezzo di lavoro, poiché la fine della genesi compositiva di “Panìr” risale al 2015 mentre quella di “Radha” ha inizio nel gennaio 2016. C’è una continuità di linguaggio tra i due lavori, come del resto la posso ritrovare in tutti quelli che ho curato. A mio avviso in quest’ultimo c’è un’attenzione maggiore al rapporto tra la melodia e l’armonia, cosa che mi ha permesso di lavorare sulla sottrazione con più attenzione rispetto al passato.

Personalmente ho trovato una scrittura più attenta alla melodia e meno al linguaggio “anarchico” e devoto soltanto all’istinto. Non so se sono in errore… le mie sono sensazioni… che mi rispondi?
La scrittura è più misurata ritmicamnete per far risaltare alcune sfumature che mi interessava sottolineare; “Panìr” ha un assetto diverso, in alcuni suoi episodi più irruento a mio avviso di “Radha”.

In qualche modo penso a “Radha” come ad un disco di avanguardia per l’omologazione artistica di oggi. L’espressione che non passa più per canoni estetici… Penso a Luciano Cilio e un po’ a tutto il mondo degli anni ’70… solo che al tempo c’era attenzione e predisposizione, oggi invece c’è sterilità e superficialità. Si interrompe secondo te il flusso della comunicazione tra te, la chitarra e il pubblico? Dove continua a trovare senso questo processo?
Secondo me ad oggi sono presenti molte proposte interessanti, la problematica è inerente allo spazio loro dedicato che è ridotto e di conseguenza molto ambito e saturo. Occorre alimentare il movente artistico in modo diverso dallo sfogo del concerto, nel mio caso perlomeno.

Perché hai sentito la necessità di inserire “Helsinki”, brano del 2008, in questo presente distante almeno 10 anni? Ecco una bella domanda: come vivi la maturità e l’invecchiamento dei brani? Per te restano sempre attuali o perdono di forza e di senso di fronte a nuove evoluzioni e trasformazioni artistiche?
Helsinki è un brano che ho presentato spesso dal vivo e che suono nel quotidiano come esercizio. Non ero soddisfatto della registrazione del 2008 che a mio avviso non gli rendeva merito. Ho deciso quindi di inserirlo come momento incalzante nel disco e dargli una registrazione più vicina all’idea compositiva. Suono tutti i giorni a rotazione il repertorio originale ed è inevitabile che subisca una trasformazione. Non c’è una selezione razionale nella scelta dei brani, pratico quelli che sento essere più vicini all’esigenza di crescita nonstante si tratti alle volte di mera manutenzione.

A chiudere: parlami di “Ch’’fossi”. Ci ho sentito tanta nostalgia italiana degli anni ’60…
“Ch’i’fossi” è un brano semplice, costruito su di un basso e la linea melodica che disegna il suo percorso; forse questa semplicità può ricordare sonorità del passato.

Comments

comments