kampfar

10/11/2016. A volte succede che una data prende forma e cambia parzialmente volto in corso d’opera, o meglio mentre ci si avvicina progressivamente al fatidico giorno; così, quella che inizialmente doveva essere un gustoso doppio bill di Kampfar e Negura Bunget nelle vesti di co-headliner, si è trasformata in una sorta di piccolo festival di black metal dalle divagazioni “etniche” peculiari e florilegio della sperimentazione sui generis in ambito estremo. Aggiunti in zona Cesarini alla serata, i canadesi Ossific portano in dote i prodromi dei Dimmu Borgir delle origini, con quelle distese pseudo-sinfoniche dettate da tastiere in appoggio, che portano alla mente i Frozen Shadows, altra band canadese (ma di Montreal) scioltasi ormai una decina di anni or sono.

Chi sta ancora addentando un pasto frugale, chi butta un orecchio mentre manda nei polmoni le ultime tirate di sigaretta, intanto sul palco salgono i Kyterion da Bologna, felsinei sulla carta d’identità ma scandinavi (versante Dissection) nell’animo e nel profondo del suono che fuoriesce dagli ampli. Siamo solo all’inizio ma la serata è partita col piede giusto e il warm-up sembra ben assestato quando i volti spennellati di face-painting anni ’90 ci osservano dallo stage: sono gli abruzzesi Selvans, freschi di split album con i Downfall of Nur, ma che soprattutto hanno avuto il merito di far riparlare della Avantgarde Music, storica label nostrana che tanto lustro diede alla galassia del black metal e affini ai tempi d’oro: qualche problema tecnico li spazientisce un tantino al principio, ma la situazione migliora nel corso dei quaranta minuti che rimangono sul palco, tra slanci ferini, echi di tradizione millenaria persa e ritrovata attraverso il latrato disperato e un’enfasi di note figlie di un folklore accennato ma pienamente aderente alla loro proposta.

Il cambio palco porta alla presenza di svariate percussioni della tradizione rumena, che impreziosiranno non poco l’esibizione di questi pronipoti dell’antica Valacchia: certo, la storia è bizzarra e se uno pensa a ciò che la band sarebbe potuta diventare dopo il clamore di OM di dieci anni fa, fa un po’ strano vederli un tantino ridimensionati in questi ultimi anni.

C’è da dire che al comando è rimasto il solo Negru, batterista a mentore del progetto, che ha spostato il centro d’interessi della scrittura dal post-black metal ad una sorta di sperimentazione profonda, mescolando sonorità di rock estremo ad ampio raggio con una fruttuosa riscoperta delle tradizioni musicali del proprio paese. I palati più raffinati apprezzano il viaggio intrapreso, magari storcendo il naso per un volume che in effetti è sembrato troppo cauto nei momenti più liberatori, mentre alla consueta attitudine tribale e tecnica inappuntabile non corrisponde sempre una fluidità tra i brani in scaletta, forse complice una palese difficoltà nel riproporre dal vivo l’incredibile atmosfera che si respira tra i solchi dei lavori in studio.

Ci si pigia verso la balaustra quando l’attesa ha termine e la storica band norvegese comincia ad aizzare i convenuti, mettendo a ferro e fuoco il Traffic e trasformandolo in un paesaggio nordico solitamente ritratto sulle copertine dei loro dischi: dopo un doveroso omaggio al recente PROFAN, album che ha mietuto l’anno scorso una pletora di ottimi consensi tanto da vincere un Grammy norvegese come miglior lavoro metal di casa loro, lo show è una raffica di proiettili estratti dalla cartucciera del loro passato, riproposti in una versione ancora più tirata e lancinante.

Da tempo abbandonate le ascendenze pagan-viking metal in favore di un approccio più diretto e dal suono più asciutto e in un certo senso levigato, il quartetto alza i giri dei loro refrain portandoli ad un passo dai connotati Motorheadiani ma col consueto piglio scandinavo che li conduce a metà del guado tra Celtic Frost e Horned Almighty, rendendoli la più rock’n’roll delle band estreme sin dai tempi dei mai dimenticati Gehenna! La differenza rispetto a una moltitudine di band analoghe, oltre all’efficacia dei brani in scaletta, è la presenza di un frontman dal gran carisma (e una certa dose d’inquietudine) come Dolk, secco come un chiodo e con un ratto disegnato tra petto e collo, incastonato tra i suoi tatuaggi autoreferenziali (tipo la scritta “KAMPFAR” sull’addome…): salta, si cambia e si divincola a petto nudo e con capelli unti e roteanti mentre chiede l’ausilio del pubblico nell’urlare insieme alla sua ugola al vetriolo storie di rabbia repressa ed inni riecheggianti la mitologia norrena. “Hellveto!” si urla all’unisono in un coro pagano che introduce ad un marasma aspro tra giri di basso da boogie infernale sospeso nel tempo, rantoli incessanti delle sei corde e il martello di Thor in persona a percuotere la ritmica nelle mani dell’arcigno II13, il batterista con il nickname più criptico di tutta la scena metal contemporanea…

Dimenticatevi i musi lunghi da blackster incalliti, con loro il black metal riscopre il piacere del musicista entertainer, oltre che l’animale da palco che cerca il pubblico, con gesti di approvazione e con urla di delirio e coinvolgimento emotivo.

 

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