Recensione a cura di Alessandro Zappulli

Johnny dal Basso è il moniker con il quale si presenta l’autore di questo particolarissimo album d’esordio omonimo, dieci tracce pubblicate dall’etichetta partenopea Octopus Records, sotto l’attenta guida di Giuseppe Fontanella (24 Grana).

Autore di testi e musiche e chitarrista dotatissimo di senso ritmico, singer rockabilly e crooner al tempo stesso grazie ad un bel timbro baritonale nonché armonicista e batterista a pedali, tutto in un sol uomo, tutto contemporaneamente come one-man-band. Ecco perché Johnny dal Basso ad un primo approccio non può non suscitare curiosità. Tuttavia c’è molto altro.

Il ragazzo “has got the blues” come direbbero gli Stones, visto che non gli manca affatto anche un certo mood malinconico, che emerge qua e là tra le righe di una scaletta in larga parte elettrica (nel senso più ampio del termine) e ritmatissima. La formula, nei pezzi più riusciti, è per certi versi simile a quella che sta portando tanta fortuna ai siciliani Pan del Diavolo (in questo senso Manna dal cielo, a parere di chi scrive il brano migliore dell’album, è un ottimo esempio: l’arpeggio che regge la canzone è un piacere per le orecchie), ossia un misto di folk rock d’assalto, punk, rockabilly e cantautorato che strizza l’occhio al passato. Il brano d’apertura s’intitola infatti Settanta, a rievocare un decennio da tanti rimpianto a livello musicale. Da subito si sente la forte influenza (a tratti persino un po’ troppo ingombrante ed evidente, sia a livello di cantato che di modalità di scrittura) di Edoardo Bennato, La rivoluzione sarebbe infatti il pezzo che scriverebbe probabilmente l’architetto napoletano se avesse trent’anni oggi. Riusciresti tu è un pezzo di fronte al quale sfido chiunque a rimanere fermo, esempio perfetto di quella ritmica trascinante che è sicuramente il punto di forza del disco, mentre Spara è forse il brano più radiofonico, a metà tra il jazz ed il rock FM e ricorda per certi versi le cose migliori di Baccini, specialmente per quanto riguarda il cantato e la chiosa malinconica finale.

Lampi nel buio è un episodio un po’ retrò che cerca di evocare atmosfere noir, leggero passo falso e brano non particolarmente ispirato, nonostante il ritornello indovinato ed un piacevolissimo assolo di chitarra nel finale. Le capacità musicali di quest’artista si confermano di alto livello,  il che rende il disco complessivamente un piacere per le orecchie, ma purtroppo i testi seguono lo stesso passo solamente a tratti. In Sessolosapesse si parla, per l’appunto, di sesso ed è qui che, inevitabilmente, torna il blues, ed è un signor blues, il che non può che essere positivo (un po’ meno lo sono i coretti di sottofondo, forse quelli sì evitabili). Trascurabile Il terzo re, probabilmente il brano peggiore dell’album sia a livello musicale che di testo, mentre Maialini, che già dal titolo evoca sia Orwell che Roger Waters, gode di un inciso che ti penetra nel cervello e di quella potenza ritmica ed elettrica, con tanto di cavalcata finale, che è esattamente quello che mi fa apprezzare quest’artista. C.P.C.A. è il brano di chiusura, lento e melodico con tanto di duetto femminile che suona leggermente stonato rispetto alle apprezzabili intenzioni mostrate nel resto dell’album.

Johnny dal Basso è sicuramente un artista che merita almeno un ascolto e quest’esordio discografico contiene diversi brani interessantissimi, a fronte di un paio di trascurabili passaggi a vuoto che non inficiano comunque sulla qualità del lavoro complessivo.

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