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Per una volta partiamo dalla fine, quando ci si ritrova tra amici con alcuni componenti della numerosa ciurma della band norvegese; tutti intorno al banchetto del merchandise, tra chiacchiere di musica, vinili autografati, succulenti cofanetti e ricordi di un passato che sembra dietro l’angolo ma al contempo lontano anni luce.

Proprio con Martin Horntveth, simpatico e vulcanico batterista con l’aspetto da troll dall’occhio vispo e dalla parlantina vibrante (è lui che colloquia durante il concerto e annuncia brani e sensazioni dei brani in scaletta), ci si lascia prendere dall’enfasi del ricordo nel rimembrare la loro precedente esibizione capitolina, nel 2005 presso La Palma, curiosamente proprio a due passi dal Monk.

Davvero apprezzabile il lavoro svolto dai tecnici del suono del locale di via Mirri, abili nel riuscire non solo a far stare gli otto membri a loro agio sul palco, ma anche nel riuscire a trovare spazio per il ricco impianto di luci e lucine che la band scandinava si porta appresso, creando un effetto avvolgente che ben si amalgama con le loro fluide e camaleontiche sonorità, anche se a tratti si crea uno straniante effetto da albero di Natale (!), al quale però ci si abitua in pochi minuti. Se è vero che da tempo l’elemento jazz è scivolato un tantino sullo sfondo nei loro lavori in studio (e il nuovo Starfire è emblematico in tal senso), dal vivo il trio di fiati si lascia andare a briglia sciolta con più giocosa facilità, fondendosi con naturalezza con la viscerale componente electro che li ha portati ad essere un nome di punta di una label importante come la Ninja Tune.

Ma si guarda anche molto al passato, riesumando addirittura brani dei loro albori, dilatandone i tempi e irrobustendone la densità, che dal vivo si arricchiscono cromaticamente da un lato mentre divengono più ballabili (nella miglior accezione possibile del temine) dall’altro. Il tutto si fonde ulteriormente con un elemento cerebrale, che si trasforma fino a divenire movimento, azione, battito pulsante e intrattenimento di alto livello e a suo modo colto. E il pubblico sottostante vibra all’unisono, mischiandosi senza distinzioni di gusto, che si tratti del barbuto progster, del compassato jazz aficionado di ampie vedute, l’indie-rocker evoluto o il fighetto tutto apericena e dancehall alla moda…

jaga-jazzist

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