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“La vita è una stupefazione continua”: Paolo Benvegnù si racconta in un’intervista intensa e viscerale

 

VALENTINA: Eccoci qua, ciao Paolo! Ti premetto che questa è la mia primissima intervista vis à vis, quindi sii buono…

PAOLO: Guarda, da qui puoi soltanto salire!

VALENTINA: Ahahah, non credo proprio! Dunque, proprio per quanto appena detto voglio iniziare parlando di “prime volte”: qual è stata la prima volta in cui ti sei detto ‘Sto ingranando’, c’è stato un qualcosa, un episodio che tu ricordi, un aneddoto…

PAOLO: In realtà non ho questa prima volta; se vado a scavare nel concreto sì, alla fine è avvenuto con gli Scisma, quando per la prima volta andammo a suonare, c’era veramente molta aspettativa e l’ho sentita… Visto, però, che per me suonare è qualcosa di diverso rispetto allo sguardo in soggettiva verso l’esterno, è più una cosa verso di me, dentro di me, parlando di prime volte col senno di poi non penso di essere ancora in grado, sono un apprendista.

VALENTINA: E’ Bellissima questa cosa, e poi penso che tutti si augurino di essere ‘apprendisti’ per tutta la vita, nel senso etimologico del verbo apprendere!
PAOLO: Assolutamente! Io sto studiando la vita, e visto che per me suonare è la punta dell’iceberg di un’esistenza dedita alla ricerca, mi sento ancora all’inizio della strada. Certo, vista l’età sono un po’ lento…

VALENTINA: …Meticoloso, dai!
PAOLO: In realtà sono più che altro stupefatto: la vita è una stupefazione continua, e, se è vero che le cose si imparano nel concreto, io continuo a disimparare e poi ristudiare per essere sempre stupefatto di ciò che mi accade, anche le cose minime

VALENTINA: Imparare è linfa vitale, sei fortunato.
PAOLO: E lo sono anche perché mi sveglio come se fossi un infante, ed è paradossale a cinquant’anni, no?

VALENTINA: Quindi ti emozioni ancora?
PAOLO: Credo di non aver avuto un giorno in cui mi sia svegliato ‘appesantito’ dalla vita, ecco. Anche quando ho avuto, come tutti, dei problemi o dei momenti di forte difficoltà, di forte contrasto, mi sono sempre svegliato pieno di vitalità. Da una parte lo studio dei letterati e dei filosofi che tanto mi piace porta verso il desiderio di scoprire l’abisso, e dall’altra ho questa mente che si azzera e mi fa stupire di una mattinata di sole, di un giorno di pioggia, di un gesto gentile…

VALENTINA: Hai dentro di te una buona bilancia, ti salvi quotidianamente la pelle.
PAOLO: Essendo molto legato a certi piccoli aspetti io mi sento salvo e alle volte persino salvifico.

VALENTINA: Mi auguro anch’io che accada: voglio stupirmi sempre!
PAOLO: Penso che tu non abbia problemi; sei una donna, e le donne hanno la stupefazione legata alla creazione vera. Noi uomini scriviamo canzoni, facciamo statue o dipinti, costruiamo grattacieli alti come cazzi enormi, tutto questo perché non possiamo creare in carne e sangue! Voi stesse siete la stupefazione! Hai presente Michelangelo, quando lancia il martello e dice ‘Perché non parli’? Ecco, al David non manca la parola, manca proprio la materia, e ricrearlo con il marmo è solo un “surrogato di”.

VALENTINA: Un degno surrogato, però! Ecco, tu scrivi, quindi sei comunque un po’ “madre”…

PAOLO: Sì! Io, quando sono realmente dentro le cose, mi sento molto più materno che guerriero, dominante non mi interessa esserlo. Preferisco confortare, visto che io stesso amo essere confortato.

VALENTINA: Mi hai raccontato di cose bellissime, di stupefazione; ti chiedo, nel marasma di cose che hai fatto e che ti appartengono, guardandoti indietro vedi qualcosa che forse non rifaresti? Rinneghi qualcosa, o accogli anche uno sbaglio se quando l’hai compiuto eri felice?
PAOLO: In realtà ho fatto troppe cose, noi siamo abituati a vivere le cose in questo tempo e in una giornata facciamo le cose che i nostri bisnonni facevano in trent’anni; in questo momento i vero desiderio che ho è quello lentamente, di scomparire con dolcezza, perché quello che dovevo fare l’ho già fatto ampiamente e addirittura reiterato e non mi pento, anche se non mi piace, e non sto parlando di musica.

VALENTINA: Infatti era proprio il lato umano che mi interessava…
PAOLO: Ho fatto degli errori, non mi sono mai capito, ho avuto dei danni dalla vita e li ho propagati.

VALENTINA: Senza i quali non saresti il Paolo che sei oggi.
PAOLO: Parlando dal punto di vista del divenire mi trovi d’accordo, molto. Mi spiace essere partito da una miseria così ampia, che è la miseria degli umani, quella del non riuscire ad essere sempre aggressivi e vitalizzanti. La voglia di sopraffazione, per quanto sia un annullamento nei confronti dell’altro, ha insita questa vitalità. Io invece mi sono, spesse volte, fermato all’accettazione, senza però che fosse mai una vera resa: solo da poco ho trovato la mia “resa felice”, mi sono arreso davanti alla bellezza della vita.

VALENTINA: Questo, immagino, ha cambiato completamente la tua persona; ha influito anche a livello artistico?
PAOLO: Io penso che, quando cambiamo e diventiamo un po’ più vicini a quello che siamo a livello di essenza, inevitabilmente cambia tutto il resto. Sì, son cambiato anche nel suonare… Son cambiato nel cantare! In realtà, poi, io non sono un musicista: sono solo uno che scrive e canta, fondamentalmente. Più che essere un artista, mi interessa sciogliermi nel canto.

VALENTINA: E ovviamente poi le cose che vivi e quelle a ci ambisci si riflettono nelle tue canzoni…

PAOLO: Ti racconto un aneddoto, una cosa che mi ha folgorato: 2001, vado a vedere i SonicYouth a Milano, durante un festival enorme. Loro salirono su palco e, prima di iniziare, accordarono le chitarre. Bastava guardarli mentre lo facevano, ancora prima che suonassero, e già coglievi la sensazione di potenza, una forza forgiata dall’aver suonato dappertutto ma anche dall’aver fatto dei figli, dall’avere vissuto semplicemente. Quando hanno iniziato a suonare i brani quasi non mi interessavano più. Quella era la cosa che volevo sentire. E questo, nel mio piccolo, sono anch’io: al di sopra delle cose che facciamo, della musica che suoniamo, c’è molto altro. Scomparire con questa consapevolezza è la cosa che voglio

VALENTINA: Nel tuo sentirti e definirti fragile c’è una consapevolezza che è una forza, no?
PAOLO: Quando ti conosci, e di te vedi le miserie, lo sei.

VALENTINA: E non può sfruttare questa debolezza, rigirarla, farne un punto di forza?
PAOLO: Non è una cosa che m interessa, non devo sopravvivere in forza: io devo vivere in contemplazione. E non ho alcuna religione che me lo impone, è che sento proprio che è questa la mia destinazione. Conoscerti ti dà una grande forza, ma io non la uso. Non mi serve. Avere la conoscenza è la forza stessa.

VALENTINA: Quindi della conoscenza non ne fai un mezzo ma un fine?
PAOLO: E’ proprio così.

VALENTINA: Viviamo in un mondo in cui la conoscenza viene spesso strumentalizzata, quindi questo ti fa onore.
PAOLO: Grazie! Questo funziona benissimo per me: quando devo rapportarmi al mondo concreto, so che qualcuno ne fa uno strumento di sopraffazione, ma sono sereno perché so che è invece il mio fine, come dicevi prima tu. Voglio vivere così, senza un perché. Come un cane, come un gatto.

VALENTINA: Animale, nel senso proprio di ‘anima’…

PAOLO: Brava! Avrei dovuto notarla io questa cosa! Grazie!

VALENTINA: Ahahah, adesso te la rivendi!
PAOLO: Pensa che ho seguito un gatto proprio tre giorni fa: è straordinario osservare gli animali, hanno un codice tutto loro… Il bello era che non andava da nessuna parte! Una passeggiata, un bacettino ad un altro gatto…

VALENTINA: Quindi il fine stesso dell’andare… è l’andare!
PAOLO: Sì! L’osservavo, e pensavo ‘guarda che lezione’.

VALENTINA: Una bella lezione di vita, da applicare in tutti i campi… anche quello musicale, direi! A proposito di musica, sai che amo molto quella indipendente italiana? Ho seguito il progetto “Il paese è reale”, mi ha entusiasmato. In questo momento storico il popolo è totalmente dipendente: dipende da felicità surrogate, da qualcuno che gli dica cosa fare e in che direzione andare… Io la chiamo “anestesia globale”, vedo la gente sopita, quindi debole e suggestionabile. Tu credi che la musica indipendente possa essere un esempio, tra le altre cose? Che possa aiutare lo sviluppo di una certa forma di pensiero, veicolando il messaggio “Se io posso farcela senza chiedere aiuto a nessuno, puoi farcela anche tu”?
PAOLO: Sì, esatto, indipendenza significa proprio questo! Essere “indipendente da”! Poi, in realtà, anche noi siamo relativamente indipendenti. Al di là di quello che uno fa, l’obiettivo è essere più che altro indipendenti da se stessi. E’ un senso molto profondo e complicato da spiegare. Abbiamo da un lato quella vitalità che porta a costruire le cose, e dall’altro la consapevolezza, mentre costruiamo, dell’inutilità della maggior parte delle cose stesse. Spesso noi agiamo per noia, o per digressione, in questa vita non sappiamo in realtà cosa fare e la riempiamo attraverso la costruzione e la distruzione. Sentirsi indipendente da qualcosa è un arma a doppio taglio; più che altro bisognerebbe essere indipendenti da tutta questa bramosia, dall’anelare, dal desiderio. Magari, al posto di continuare a “tendere verso”, che sia verso Dio, verso l’altro, verso la morte, dovremmo riuscire a trovare i giusti tempi per fare le cose. La necessarietà. Non ti nego che dopo vent’anni di grandi rincorse, ora che ne ho cinquanta e mi accorgo che devo far dischi per riuscire a pagare l’affitto, dopo che ho smesso di fare l’informatico perché pensavo che quel mondo fosse così ed io cercavo un mondo coi miei tempi, di pure fruizione…

VALENTINA: Certo, è un rapporto di dipendenza anche quello. Siamo inevitabilmente tutti vincolati a qualcosa; si cerca solo il migliore dei mondi possibili.

PAOLO: Esatto, la vera indipendenza sta nel cercare di essere legati al necessario, mai al superfluo: anche nel costruire. Ecco perché quando scrivo canzoni non do mai riferimenti temporali: non metto mai il mio tempo nel tempo dell’universo. Cerco di costruire su fondamenta profonde, che non volino via al primo soffio di vento. Essere indipendenti in Italia in questo momento significa anche non voler fare di tutto per bruciare le tappe, smetterla di avere comportamenti mafiosi. Ci vuole lealtà e molta pazienza, in fondo questo è un paese di settantenni che comandano.

VALENTINA: E’ un paese per vecchi. Laddove “vecchi” non è anagrafe, ma proprio uno state of mind.
PAOLO: Siamo antichi: ‘Privilegio prima il mio, dopo il tuo’ è proprio un pensiero antico. Da tribù. Ma non è soltanto in Italia; il mondo non è evoluto da questo punto di vista. Sono contento di aver compreso questa cosa e faccio del mio meglio; starei sempre col timone a diritta… Il problema è avere un equipaggio!

VALENTINA: Ma Pasolini diceva: ‘La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza’.
PAOLO: E’ così. Ed uno se ne fa carico. Sono scelte di vita, di una vita semplice. Non banale. E c’è una bella differenza tra i due termini.

VALENTINA: Mi piace questa coerenza, quest’onestà intellettuale. Senti, a proposito di coerenze, ho ascoltato Earth Hotel, il tuo ultimo album, e mi è piaciuto moltissimo. Adoro la scelta del concept album, decisamente più impegnativo di un album classico proprio perché bisogna seguire dei criteri precisi, far sì che le canzoni siano coerenti tra loro, non svincolate. E mi è piaciuta molto, a livello allegorico, la scelta del tema dell’hotel.
PAOLO: Magari abusato…

VALENTINA: Si può parlare di amore e non essere banali: è il modo in cui tratti un argomento che fa la differenza. Ma il tuo hotel qual è? Earth Hotel perché ti senti un po’ nomade?
PAOLO: Esattamente. Ma non sono cittadino de mondo, né umano tra gli umani; mi sento più cane tra gli umani, semmai. E questa diversità è ciò che di me voglio percepire e comprendere. Parlo tanto, in questo album: è un disco molto scritto, anche se in maniera meno mirata degli altri. Meno conscia.

VALENTINA: Eppure, pensa, sembra ci sia un enorme lavoro dietro.
PAOLO: Questo perché avevo più cose dentro. Ero immobile di anima, per problemi miei, da tempo. E la vera terapia è arrivare a dire le parole in giustezza: tirarle fuori quando c’è bisogno di loro. Sto ancora imparando.

VALENTINA: Prima ti sei definito un ‘eterno studente’, sicché…
PAOLO: E quanto mi piace fruire delle parole degli altri! Ti dirò, il mio obiettivo è, andando avanti, utilizzarne il meno possibile. Ma non solo nei dischi, proprio nella vita in generale. Perché la vita è un mistero e dobbiamo arrenderci ad essa. Ci sono sensazioni così profonde che forse non devono essere spiegate. Mi auguro un futuro silente; ho avuto sempre la grande ansia di tenere le porte aperte e comunicare tutto di me agli altri. Non sono ancora l’uomo giusto, ho sempre avuto bisogno di aggiustare tutto, di rendere tutto cosmicamente perfetto. Anche riuscire ad accettare le tensioni è un grande salto di qualità che nel tempo riuscirò a fare. E’ difficile riuscirci, si vive troppo a stretto contatto con se stessi. Io convivo con me da cinquant’anni, e infatti mi trovo insopportabile!

VALENTINA: A chi lo dici! Io con me stessa ci litigo, ma nelle grandi storie d’amore i coniugi si prendono a padellate…
PAOLO: E in una padellata c’è tutto un amore non detto…

VALENTINA: Ahahah! Esatto! Con questa immagine ci salutiamo, non posso che ringraziarti per il tempo che mi hai concesso.
PAOLO: Io ringrazio te, sei stata gentilissima! Alla prossima!

 

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