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È uscito il 22 Gennaio il loro settimo album, una raccolta in acustico dei loro brani più conosciuti, contenenti anche una cover per omaggiare Crosby, Stills & Nash e due inediti. Per l’occasione abbiamo incontrati i The Bastard Sons of Dionisio (Michele Vicentini – voce e chitarra; Jacopo Broseghini – voce e basso; Federico Sassudelli – voce e batteria).

* Parliamo subito degli inediti, partendo proprio da “Sulla cresta dell’ombra”, che da il titolo anche all’album. Di solito, siamo portati a dire “sulla cresta dell’onda”. Invece voi che ombra cavalcate?

Michele: Si gioca un po’ sulla cresta dell’onda infatti. È un po’ come voler dire di essere felici e soddisfatti di quello che si fa, che si è fatto, senza stare a dirlo al mondo. È un qualcosa che si fa per se stessi.

* Da come ne parlate di quest’ombra, però, sembra un bel posto… un posto simile a noi, dove anche se ci son ferite non sono profonde e con un bel sole a notte fonda…

Michele: È un posto che ovviamente crea dei dubbi e delle perplessità, ma che in realtà ricerchi perchè è il posto in cui puoi stare been con te stesso.
Jacopo: La vita è una ricerca personale. È a prescindere da quello che pensano gli altri di te, perchè puoi anche essere la persona più ricca del mondo ma non essere felice. La vera felicità si raggiunge con la realizzazione di se stessi. Essere sulla cresta dell’onda in quel momento è per gli altri: non è una questione di contenuto ma di apparenza. Si cerca nel testo di essere autobiografici parlando della nostra esperienza, ma anche di trovare un qualcosa condiviso dalle altre persone, cioè la felicità, in mondo in cui ci sono dei clichè che condizionano la nostra vita. Per me sulla cresta dell’ombra è sinonimo di sulla cresta dell’onda, che è l’apparenza.è più difficile da trovare in se stessi la felicità indipendentemente dagli altri.

* C’è una frase del brano che dice: “meglio del sole riscaldan le parole”. Ma non sempre è così…

Jacopo: Beh, tutto dipende dallo stato d’animo di chi ascolta. Se si vuole uno spiraglio o una via d’uscita. Per noi la cresta è sul crinale e quando arriva il sole è incredibile, è una sensazione che più bella non ce n’è.

* Altro inedito è “Vorrei un déjà vu”. “Non ci credo ancora / e penso anche tu / quel giorno a quell’ora / però non torna più”.

Jacopo: E anche lì è una cosa assurda da pensare, perchè il dejà vu è una cosa che vivi mentre lo stai vivendo. Quindi vorresti viverlo e riviverlo come se l’avessi già vissuto. Io penso ad un amore passato che vorrei rivivere, o meglio rivivere l’amore a prescindere dalla persona, però adesso, ma di viverlo come se fosse un amore già provato. Si parla dell’amore vissuto, perduto. È la sensazione dell’amore che vuoi rivivere. È un ricordo che si deve distaccare dal ricordo reale, è una cosa diversa. Non è la stessa persona, è una persona diversa con la quale vorresti provare le stesse sensazioni.

* Un album contenete 12 tracce: 2 inediti come detto, una cover e brani dal passato riarrangiati. Come mai questa esigenza di cambiare “direzione”?

Michele: Finito il disco precedente, non volevamo metterci subito a lovarare su un altro disco rock’n’roll e c’era l’idea di fare un disco acustico, anche perchè sono anni che avevamo un set acustico, sia di cover che di pezzi nnostri. Fare quindi un disco abbastanza veloce come tempo di produzione e registrazione e di non far attendere altri tre anni. E anche per soddisfazione personale di vedere registrato un nostro sound acustico.
Jacopo: Il nostro secondo disco era acustico, però è stato registrato nel 2007. Noi avevamo anche il lato acustico. Durante il live suonavamo già anche dei pezzi in acusto, come Rumore o Trincea, ma non avevamo nulla di registrato. Tanto già li sapevamo…
Michele: Siamo partiti da quest’idea, poi invece abbiamo deciso di cambiare tutto: strutture, melodie, accordi,… Solo il testo è rimasto fedele all’originale.
Jacopo: In più, abbiamo dato ad alcuni amici nostri musicisti il compito di dare qualcosa di loro. Non l’avevamo mai fatto; invece poi ci siamo un po’ aperti ed abbiamo visto quanto è bello condividere. Il concetto del featuring deve essere vero: condivisione di passione, di musica, di bravura dell’artista ad usare il suo strumento, non deve essere solo un mezzo per sfruttare la sua fama.

* Quale pensate sarà la reazione del vostro pubblico, abituati a un sound un po’ più elettronico? Anche se gli inediti non ne fanno sentire la mancanza…

Jacopo: La fortuna del musicista è che basta proporre. Poi sta alla gente dedicarci del tempo. Se ci criticheranno è perchè magari si aspettavano dell’altro, ma è specificato che è un disco acustico. Se ci accuseranno che siamo cambiati, diremo che no: siamo sempre uguali, sono solo pezzi in acustico.
Federico: L’acustico ci ha aiutato a cantare in tre e a cantare dappertutto, dal treno al bancone di un bar alla cima di una montagna.
Michele: In disco è una novità, ma live abbiamo sempre fatto pezzi in acustico.
Jacopo: E poi comunque un brano inizia sempre dall’acustico. Poi c’è l’introduzione di altri strumenti. È stato un po’ come ritornare all’essenza del brano.

* Un album interamente in italiano se non per la cover di “Suite Judy Blue Eyes”. Come mai questo omaggio a Crosby, Stills & Nash?

Federico: Saranno almeno otto anni che lo suoniamo ed è un pezzo davvero difficile. A furia di suonarlo, dal vivo alemno viene. E così li ho convinti a suonarla, anche se metterla sul disco (dura sette minuti ed è tutta in inglese) è stato un po’ un azzardo. Quando abbiamo finito di suonare le nostre, abbaimo provata a farla cambiando tonalità.
Jacopo: Nonostante sono anni che la suoniamo, continuamo sempre a provarla. È la nostra sfida.

* Avete ripreso brani da un po’ tutti i vostri album precedenti: da In stasi perpetua, a Per non fermarsi mai al più recente TBSOD, ma nessuno dai vostri primissimi lavori, in inglese. Taglio netto col passato?

Michele: Il cantare in inglese, a questo punto della nostra carriera sarebbe controproducente. Mai l’abbiam saputo bene, ora peggio che prima di quando andavamo a scuola.
Jacopo: È sicuramente una lingua “comoda” perchè non ha sillabe.
Michele: Per quanto si possa conoscere la grammatica, la pronuncia non sarà mai come quando si è inglesi. Finchè è una cover, che un po’ copi dall’originale è una cosa, ma di pezzi originali nostri abbiamo deciso di non farne più in inglese. Ci manca solo l’incastro sonoro, questo sì.
Jacopo: Si perdeva metà del flusso semantico. Adesso i due mezzi di comunicazione, la musica e la parola, sono più saldi. Si vuole dare un unico significato, che dipende sempre dalla persona che ascolta. Adesso è proprio un cercare di dire qualcosa alle persone. Voglio far scaturire un immagine, un qualcosa che dipende dalla vita che stai vivendo. Il concetto finale è che comunque qualcosa ti resta.
Michele: L’importante è che resti una sensazione. Se non dovesse restare nulla, sarebbe il nostro fallimento.
Jacopo: In questo modo entriamo a far parte della vita delle persone. E non c’è modo più bello per farlo che tramite una canzone.

* Tra dire e fare………….

Jacopo: Ma sai quante soluzione avevamo trovato?
Michele: Oltre alla cover è stata l’ultima cosa registrata sul disco.
Jacopo: A canzone finita, il giorno dopo abbiamo deciso di cambiare. La fine era il culmine di tutto e quella parola poteva cambiare l’intero significato del pezzo.
Michele: Alla fine è quella la morale..
Jacopo: C’è stata anche una discussione per capire per ognuno di noi che cosa rappresentasse questa scelta di cantare.
Michele: Il “cantare” per tutti doveva esser qualcosa di sereno. Per noi arriva un significato ancora più forte, essendo il nostro mestiere: quello che facciamo e quello che siamo. Ma “scelgo cantare” rappresenta proprio la spensieratezza.

* Grazie ragazzi per il tempo che ci avete dedicato e in bocca al lupo.
Jacopo: Crepi il lupo e un saluto a tutti i lettori di 100 Decibel.

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