Sorpresa nelle sorprese! L’inizio, per lo stile di Roma, in orario pressocché pomeridiano, é sorprendente. E anche se un po’ ce lo aspettavamo, in fondo uscire dagli schemi é la specialità per le formazioni che hanno scelto di esprimersi attraverso quel raffinato strumento artistico che è il progressive. Anche allontanarsi per un po’ dall’amato metal per suonare in acustico la propria creativitá è uscire dagli schemi, per Pain of Salvation, notissimo gruppo svedese che difficilmente ha bisogno di presentazioni, e stasera per la band è il momento di mettersi alla prova nella data romana del mini tour che la vede anche a Bologna e Milano il 10 ed il 12 aprile.

Anche gli open acts sono delle… prevedibili sorprese, ma andiamo con ordine.

Árstíðir

Árstíðir

I sei Árstíðir, band islandese di Reykjavik, entrano sul palco come un gruppo di amici (e lo sono anche nella vita di tutti i giorni) invitati per il té delle 19. Dopo qualche leggero scambio di battute col pubblico i ragazzi (quasi tutti) biondi siedono nel salotto anni ’70 allestito sul palco con piante, quadri, divani, tappeti, poltrone, una fruttiera di mele sul tavolino, ed un poster d’epoca con Jimi Hendrix. ‘Take me home..‘ sono le struggenti parole della dolce ballad di apertura per tre chitarre classiche, voce, violino e violoncello piú tastiere.
La batteria é pronta, vuota, sulla destra del palco, al margine. Cori a due voci e falsetti leggeri come nuvole galleggiano appena sopra le polifonie degli archi, su ritmi lenti. Al terzo pezzo una delle chitarre diventa un violino, ovvero viene suonata con un archetto, e produce suoni completamente inaspettati.
Dopo il quarto pezzo Anneke Van Giersbergen entra come una regina tra gli applausi, in top nero scintillante. Accompagnata dagli Árstíðir in versione acustica, la vocalist olandese, che ha da pochissimo compiuto i 40 anni, esordisce con classe in una delicata ballad che sa di nebbie e raggi di sole. Anneke esce lieve come è entrata ed i sei Árstíðir attaccano un incredibile pezzo di un minuto o poco più accappella in islandese a sei voci senza accompagnamento che lascia il pubblico entusiasta.
Il ritmo sale leggermente con i bassi, acquista grinta, poi scende di nuovo, e le raffinate armonie distillate dalle voci sono espresse al meglio nella curata fonia dell’Orion. In alcuni passaggi sembra di sentire echi delle melodie celtiche di Enya, anche se i sei ragazzi islandesi, a differenza della singolare polistrumentista irlandese, producono il loro sound, eccetto le tastiere, unicamente da strumenti classici… e dalle loro voci. Gli Árstíðir sono Daniél Auðunsson e Gunnar Már Jakobsson entrambi per chitarra e voce, Ragnar Ólafsson per chitarra baritono e voce, Hallgrímur Jónas Jensson per violoncello e voce, Jón Elísson per piano e voce, e Karl James Pestka per violino e voce.
Escono gli Árstíðir tra gli applausi alle 20 in punto per lasciare il palco tutto ad Anneke Van Giersbergen ed alla sua chitarra classica. Provetta vocalist di stampo classico, la cantautrice ha collaborato con il meglio della scena prog rock (dicono niente, per esempio, Within Temptation o Ayreon?). Fino al 2007 con la sua band The Gathering, ed ora solista, Anneke scrive, canta, suona, insegna, e stasera ci offre splendide ballads acustiche su chitarra arpeggiata magistralmente; ballads in inglese dai testi che parlano d’amore in chiave femminile e con espressiva semplicità.
La cover di Cindy Lauper Time after time diventa un canto d’amore leggero ed etereo. Anneke si ferma un attimo, ci ringrazia subito dopo perché, confessa, oggi i musicisti olandesi, islandesi e svedesi che sono qui, abituati a freddo e pioggia del nord, per la prima volta quest’anno si sono potuti godere il bellissimo sole che Roma ci ha riservato questo 10 aprile. La tornata di ballate dolci ed intense vola via tra emozione e virtuosismo, e sono già le 20.40.

Pain Of Salvation

Pain Of Salvation

Tempo di Pain of Salvation, e sono le 21 quando il palco circolare si oscura ed   entra Daniel Gildenlöw. Tra le acclamazioni si siede su una delle poltrone per fare le sue due chiacchiere col pubblico. Daniel, fondatore dei Pain of Salvation, ci racconta che lo scenario da salotto stasera é lo sfondo ideale che la band ha voluto, e si impegna con una promessa durante il lungo discorso di parole scelte e preparate con cura, nel suo inglese accentato. Che voglia spiegare… magari giustificare perché il sound della band sarà così diverso da quello che conosciamo bene? Fatto sta che ascolteremo una versione diversa dei POS in questo tour. Verrà aperto e mostrato al pubblico il museo dei POS, ovvero la storia fatta di brani che li ha portati negli anni fin qui, spiega Daniel.
Inizia con Falling Home alla chitarre per Daniel e Roger che si aggiunge, chiome lunghissime e look casual; due voci con armonie che vedono alla seconda strofa l’ingresso di Gustaf al basso, seguito dallo straordinario Léo Margarit alla batteria. Entra per ultimo Daniel Karlsson alla tastiera, scuote il suo caschetto nero notte.
La band ha visto Venezia sotto l’acqua alta, ed ha fatto un viaggio faticoso scendendo da Bologna, come diceva giusto stamattina un post del gruppo su Facebook, ma nonostante le ore massacranti vediamo i ragazzi in formissima, entusiasti, pronti a dare il meglio, tra cambi di tempo, raffinate armonie vocali, con la sofisticata semplicità che si manifesta da sempre nel DNA della band svedese e che emerge al massimo nel set acustico. Un duetto in inglese tra Daniel e Anneke ed il country spunta all’Orion, ma sempre come ballata romantica, condita da lenti refrain di chitarra. Help me make it through the night… aiutarmi a farcela oltre questa notte… e Daniel torna a bordo palco, poi ci raggiunge con una densa Perfect Day acustica di Lou Reed dove voce e piano diventano protagonisti nei bridge ed il volume cresce. Emerge ancor più in acustico il valore aggiunto della band in cui ognuno dei componenti, persino Léo alla batteria, presta il suo contributo in voce oltre che sui suoi strumenti, proprio come facevano The Beatles. Pregevoli assoli di chitarra come li cesellerebbe un certo Mark Knopfler anni ’80, ed un’altra ala del museo musicale viene aperta per le nostre orecchie. Blues, swing, country, jazz, persino reggae passano stasera tra le mani dei POS nell’annunciato ‘museo’ dei suoni; percorriamo una galleria di tutto quel che è stato ed è nella musica moderna, distillato nei brani creati dai POS, ma non solo. Qui il miracolo di virtuosismo artistico e sensibilità creativa si compie in un unico spettacolare pezzo di Ronnie James Dio: Holy Diver. Da qui il ritmo cresce e si va su tempi dispari, contro tempi, cambi di ritmo. Tutto il virtuosismo tecnico allo scoperto, come una scala reale finalmente calata sul panno verde, ed i POS possono tornare nel loro genere, finalmente, con una Gone che ci ripiomba negli anni 80!

Second love (fuori scaletta) riporta il ritmo alla modalitá ballad con cui abbiamo iniziato. É tempo di Iter Impius, di Beyond the pale, di No way, poi della vivacissima lunga suite con incisi in lente armonie a 4 voci in cui finalmente la band scompone un po’ l’atteggiamento impassibile tenuto finora (Roger addirittura suona sdraiato sul divano a fondo palco in alcuni pezzi). Ora i POS ballano, saltano per quanto possibile, e appena le luci calano chiudono le danze e riprendono la nordica compostezza di sempre. Solo gli occhi che brillano ed ammiccano mentre si guardano tra loro rivelano quanto i ragazzi ancora si divertano, dopo anni ed anni che alcuni di loro suonano insieme. Una fantastica Dust in The Wind dei Kansas e gli applausi arrivano dall’inizio, poi il capolavoro 1979… ”Yes, I remember me and you…’ e siamo a due ore piene, dopo un encore vestigiale, ed é come se il viaggio promesso all’inizio fosse durato quaranta anni pieni di tutto quel che la musica ci ha trasmesso. Il momento dei saluti invece è un attimo. L’inchino tutti in fila a 90 gradi, sempre come The Beatles, il lancio di plettri, il palco buio. Tutto finito? Il ‘fuori fuori!!’ resta inascoltato… eppure abbiamo appena ascoltato per due generazioni. Ci possiamo ritenere soddisfatti.
Grazie all’Orion che ci ha ospitati, a The-Base, e a Daniele Mignardi.

http://www.painofsalvation.com

http://www.arstidir.com

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