Report di Miriam Gambacorta

Il riscatto della musica italiana di qualità, lontana da talent e reality show passa da manifestazioni come questa, dove ragazzi, più e meno giovani, con gavetta alle spalle o alle prime armi hanno modo di mettere in gioco se stessi. Il palco dell’Etruria Eco Festival, un palco ormai famoso nel panorama degli eventi estivi nazionali, calcato da artisti del calibro di Max Gazzè e Niccolo Fabi, solo per citarne un paio, fedele alle sue origini diventa ‘giardino dell’Eden‘ per voci emergenti, dedicando uno spazio apposito a gruppi in ascesa. La serata non ha nulla da invidiare alle altre, il palco, il suono, l’illuminazione sono quelli delle grandi occasioni, e diciamocelo, infondo assistere alla possibile nascita di una stella è una grande occasione, e loro, i ragazzi sfoderano tutto il talento di cui sono capaci.

Al nostro arrivo le note dei Coffee and Cigarettes, voce calda e sound accogliente, aprono la kermesse. Il loro modo di interagire con il genere che hanno scelto, il British Rock, è rassicurante, rasserenante, e come nel film di Jim Jarmusch, anche la loro musica è infondo un manifesto ben riuscito sui piaceri della quotidianità in un carosello di suoni e atmosfere in perfetto “matrimonio” tra loro. La scelta del quartetto di suonare in italia il British Rock sicuramente li ripaga, ma nella loro versione del genere c’è quel briciolo di italica passione che, a sentire anche il pubblico della serata, li premia.

A seguire i Keen 8, che qui  presentano il loro primo cd e la tentazione di andarlo immediatamente ad acquistare è forte, sono bravi, il loro sound intriga con continui cambi d’atmosfera che hanno da invidiare a quelli dei Muse solo un certo bagaglio di esperienza. La loro musica ha un’eccezionale caratteristica, non sai mai cosa verrà dopo la nota successiva, creano suspance giocando sulla sorpresa. Questi ragazzi ora hanno solo bisogno di una serie di serate giuste e di un buon mentore con esperienza per ottenere il riconoscimento di tanto talento.

Con i Prototype cambia il clima della serata senza cambiamenti di genere, i virtuosismi all’assolo di chitarra in chiusura del primo brano impressionano ma non riescono a colmare i vuoti creati dall’eccessivo uso di dissonanze, inutile dire che certi passaggi quantomeno ‘arditi‘ possono permetterseli solo grazie ad una tecnica eccelsa consolidata in svariati anni di attività dei singoli componenti che li porta a viaggiare a livelli musicali altissimi. Ascoltando il secondo pezzo il paragone con gli Evanescence viene quasi naturale eppure lo si percepisce che in loro c’è qualcosa in più, qualcosa di meno etereo e tuttavia ancor più magico, in ogni brano ti senti proiettato in un’epica battaglia fra il bene e il male con tanto di cavalli, cavalieri e armature luccicanti.

Le Maschere Vuote, ovvero Riccardo, Matteo e Stefano danno il loro contributo alla serata accompagnando il pubblico in un viaggio attraverso le loro scelte musicali. Che i ragazzi non siano un prodotto squisitamente commerciale lo si capisce da subito nonostante in alcuni passaggi la loro idea di musica si faccia particolarmente orecchiabile, quasi canticchiabile. Che il gruppo si possa definire un progetto ingegneristico lo si intuisce col tempo esplorando le architetture complesse, gli intrecci di suoni, e le strutture molto approfondite, ci si chiede se in questo caso, come nel gruppo successivo, la scelta della lingua italiana sia di fatto la più giusta.

E’ proprio vero che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni: i Malego promettono e non mantengono, sarà l’accostamento rock inglese anni 60’ 70’ alla lingua italiana, sarà il distacco creatosi fra pubblico e band, sarà che qualcosa manca ed è difficile darle un nome, ma per quanto bravi il penultimo gruppo delude un po’ le aspettative della platea. Ad ogni intro la tecnica strumentale ed il crescendo di suono e melodia porta inconsapevolmente lo spettatore ad aspettarsi una voce diversa meno struggente, più rock, e quando finalmente Paolo Mulè tocca il microfono si ha l’impressione che qualcuno abbia inavvertitamente cambiato la frequenza della radio, dai Led Zeppellin a Claudio Baglioni, dai Pink Floid ad un certo cantautorato di italica tradizione e nonostante la partecipazione del gruppo nel 2008 all’Heineken Jammin’ Festival, il miscuglio di testi e musica  rischia di relegare questa vera promessa della musica italiana al ruolo di eterno gruppo spalla.

Giovani, questo il primo aggettivo che viene in mente ascoltando i Noise From Nowhere, ultimo gruppo a salire alla ribalta dell’Etruria stasera. Giovani, tanto nell’età quanto nell’approccio sia alla musica che al palco, stracarichi di energia. Animali da pubblico, sicuramente, futuri idoli delle teen agers certamente. Fuori dai denti e da un’ipocrisia stantia sappiamo che senza un’immagine adeguata difficilmente avrebbero la possibilità di arrivare ai vertici delle hit list. Ma tanto basta a giustificare un’attenzione maniacale allo stile visivo del concerto quando quello musicale finisce col risentirne? Viene da pensare che il cameraman sul palco intento a girare il video abbia “distolto” l’attenzione dei fratelli Reda che, in questo contesto, non hanno saputo tirare fuori il meglio di se stessi. Visti i pregressi storici della band che in pochissimo tempo dalla data di fondazione ha ottenuto svariati successi, dispiace che proprio stasera la performance non sia andata per il meglio. Nonostante tutto rimane il fatto che i fedelissimi della band erano in visibilio e che la scossa di adrenalina che ha attraversato il palco durante la loro performance ha contagiato anche il resto della platea.

Ringraziamo l’organizzazione per la gnetile ospitalità.
Per saperne di più:
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