Vizi, storiacce, ironia e nutrimento per l’anima

Un vecchio juke-box torna ad accendersi, con luci e suoni del tutto peculiari, con un soffio sulla polvere a causa dei molti anni di inattività forzata: questa l’immagine, tanto semplice quanto efficace, che si disegna nei neuroni mentre osservo il palco spoglio del Monk, in attesa che la sala si riempia di quella vivida, pulsante e melodiosa carta vetrata sonica colante dagli ampli del ritrovato trio di Menphis. Procedendo con ordine, la serata si è aperta con due band di supporto “nostrane” perfettamente in tema, cominciando con The Gentlemens e il loro garage-punk in bilico tra Pussy Galore e Radio Birdman (volendo puntare in alto), in quella terra sconsacrata dove l’attitudine può essere l’unica fonte di sostentamento, e a queste latitudini la band sa come muoversi: se vi capita, date un ascolto al loro album ‘Hobo Fi’, uscito sotto l’ala protettrice di Area Pirata.

Discreta classe nel vestire e ruvida pacatezza nel porgersi on stage, i Barsexuals coniugano il verbo garage con venature blues ma soprattutto punkabilly con ascendenza diretta dagli anni ’50. Parte del pubblico si esalta durante il loro show, dimostrando già di conoscere la band, suppongo anche personalmente. Apprezzabile anche il velo di (auto)ironia con cui la band puntella la loro esibizione.

Da subito si era capito che stasera si sarebbe tirato per le lunghe, tanto che il ritardo accumulato prima che Oblivians cominciassero a suonare è notevole, ma i mugugni vengono messi da parte non appena Jack Oblivian e soci imbracciano le chitarre portando in dote un suono ormai divenuto senza tempo, alla costante ricerca di un equilibrio nevrastenico tra punk primordiale, un ectoplasma blues ma senza la presenza del basso per scelta programmatica, urgenza garage deragliante e quel tocco rock’n’roll dinamitardo che pervade il tutto e che li rese particolarmente riconoscibili nei 90’s nel marasma di band garage-punk del tempo.

Rieccoli dalle nostre parti dopo quasi due lustri, per nulla invecchiati nella resa live rispetto a quando girarono l’Europa in compagnia dei Gories: dopo un paio di pezzi e di relative pause per sistemare al meglio dinamiche sonore tra loro, sparano cartucce senza soluzione di continuità, guardandosi alle spalle fino agli esordi, divincolandosi tra schegge punk di caustica ironia come ‘Guitar Shop Asshole’ o ‘I’m Not A Sicko, There’s a Plate In My Head’ e “anthemici” inni di malessere quali ‘Bad Man’, ‘Mad Lover’, ‘Motorcycle Leather Boy’ e ‘Menphis Creep’. Brendelli d’America, risucchiati in un vortice inesorabile di vizi, vizietti e viziacci privati e pubbliche virtù.

 

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