Sono gli iBerlino, un duo che porta il nome di Mirko Difrancescantonio e Fabio Pulcini. Il titolo è forte: “Hai mai mangiato un uomo?” e accompagna una lunga distesa di suoni e di psichedeliche visioni, 9 inediti senza forma canzone, dove i testi surrealistici poggiano nel concreto dei significati e dentro melodie non cantabili a priori. Sono matrici di suono, sono evanescenze, sono appunto visioni. Messaggi concettuali che sono fatti musica in un disco figlio dei più estremi Depeche Mode o di quella sospensione urbana che delle volte solo Moby è in grado di rappresentare. La lunga suite di 12 minuti circa dal titolo “Non si può vietare in un deserto” è la chiusa di un disco che merita attenzione in questo scenario di avanguardie nostrane. Forse mi sarei aspettato una coerenza stilistica anche per il video di lancio del singolo “Senti il cielo com’è”. Forse…

Ho ascoltato il disco più volte e vi giuro che forse in un paio di momenti soltanto ho trovato qualcosa che potesse sembrarmi “normale”. Come mi rapportate al mondo che vi circonda che ha ben altre forme?
Noi siamo così, in maniera disinvolta. Come sarebbe un mondo con delle canzoni senza ritornelli: migliore, peggiore? Sarebbe meno pop, ecco come. E non esiste solo il pop in questo pianeta a quanto pare. Non c’è solo un pubblico pop che non vede l’ora che arrivi il ritornello per cantarlo sotto il palco. C’è un pubblico interessato anche al resto. Prendi “Un’estate al mare” pensando a Giuni Russo: il ritornello è spensierato, lo conosciamo e lo canticchiamo tutti, è orecchiabile e pop ma tutti ricordano al volo il resto del testo? E’ incredibilmente cupo, nella prima strofa dice: “Per le strade mercenarie del sesso /Che procurano fantastiche illusioni /Senti la mia pelle com’è vellutata /Ti farà cadere in tentazioni / Per regalo voglio un harmonizer / Con quel trucco che mi sdoppia la voce”. Magnifico. E’ la stessa canzone che dice “Un’estate al mare/voglia di remare”. Ti immagini questa canzone senza ritornello?
Non si possono fare delle cose e cambiare il proprio modo di essere per dover piacere a tutti, per farsi accettare o per “farsi invitare ai compleanni”. Non abbiamo più l’età per quella roba, non abbiamo il disagio della fine dei 20 anni per citare Motta e la sua età. Capisco che nel momento in cui ti relazioni con un pubblico devi cercare di essere il meno criptico possibile e in questo disco siamo già nel limite, o forse no: parla proprio di limiti. Tant’è che è nato con un altro intento; un giorno riflettevo su come sia importante il compito del musicista: egli scrive le colonne sonore della vita della gente. La soundtrack della loro vita, capisci. Ricordo quando esplosero i Nirvana e gli Smashing: all’epoca non ero un loro amante eppure quando li ascolto ora non posso che emozionarmi: mi riporta a quello che ho vissuto quegli anni e capisco come siano stati una colonna sonora, che ti siano piaciuti o meno, come si siano impressi nella mia vita, come sviolinavano di sottofondo mentre io mi spremevo brufoli. Allora parlando con Fab, il chitarrista, ci siamo detti: facciamo un album “colonna sonora”: qualcosa che deve essere messo di sottofondo mentre la gente si lascia ispirare e agisce, fa cose…notturne. Non sarebbe un’ottima fruizione di massa anche questo? Non sarebbe addirittura più “pop” come una gomma da masticare? Pensa, non ti stiamo chiedendo di fermarti e di ascoltarci, ma di metterci di sottofondo e farti ispirare a fare cose…misteriose.
Poi però c’è il brano “Un seme” che contraddice tutto quello che ho appena scritto: è cantautoriale. Una ballata che passeggia in uno scenario urbano: il resto del disco.

Ma facciamo un passo indietro: iBerlino… che significato ha?
Berlino è un’icona, una capitale del cambiamento, un punto in cui la storia passata e quella futura si sono date appuntamento, l’est e l’ovest, uno forte drink. Io e Fab siamo nati nel 1980, quando hanno ucciso Lennon, quando a Bologna c’è stata l’esplosione in stazione, quando c’è stata la strage di Ustica: quando un’epoca è finita senza che nessuno desse chiare spiegazioni; siamo nati con il trauma dell’umanità, con il suo apparente ennesimo assassinio . 9 anni dopo hanno abbattuto il muro a Berlino; a livello non solo storico ma anche iconico è stato un segnale forte di rinascita, la notizia si è dilatata in Europa e nel mondo come un’onda radio: era iniziata un’altra epoca. Per chi è nato nell’80 Berlino è stata una sorta di Roma: i libri di storia sono riniziati lì. Io e Fab, 20 anni dopo, ci siamo trovati in cucina a vedere delle scene di “Così lontano così vicino”, di Wim Wenders, girato dopo la caduta del muro (il precedente, “Il cielo sopra Berlino, fu girato prima) e abbiamo iniziato a suonarci sopra, su quei frame che mostravano Cassiel girare per Berlino. Cercavamo un nome che ci identificasse: “Berlino”. Berlino, la reazione al nostro trauma “1980”. Siamo in due, aggiungiamo una “i”. Infatti il nostro nome si legge in italiano e non in inglese, siamo gli “iBerlino”, non gli “aiBerlino”. Siamo degli italiani che hanno vissuto Berlino dall’Italia.

Che poi pensando alla trilogia berliniana di Bowie: quanto di quell’immaginario c’è dentro il vostro disco?
Ah, molto. Ci siamo sentito molto a nostro agio ascoltandoli. Poi quel meraviglioso Low, pensa, parti con delle canzoni e nel lato B ti ritrovi in lunghi brani strumentali: pensavi di aver comprato un disco pop, eh? E invece no. Un po’ è quello che è accaduto con “Non si può vietare in un deserto”, nel nostro disco. Abbiamo lasciato scorrere il tutto. E in tutto il disco abbiamo dato un largo spazio alla parte strumentale più che alla voce. La stessa voce è stata usata come una sorta di loop, vedi “Senti il cielo come me” o “L’età dell’innocenza”.
Io poi ho sempre amato Brian Eno, figuriamoci sommandolo a Bowie – tant’è che ho adorato anche “Outside”, sempre loro. C’è qualcosa di Bowie, sì, ma anche molto di Eno come riferimenti: penso che adorasse demolire il formato canzone strofa-ritornello-strofa-bridge-chiusura.

Quanto invece dovete ai Depeche Mode?
La nostra adolescenza, c’erano anche loro in radio ovviamente. Ricordo quando da bimbo vidi per la prima volta su un televisore mentre attendevo mia madre dal parrucchiere un tipo vestito da re sedersi su una sdraio; credo di aver pensato anche “che video del cazzo”, non sapendo, all’epoca, che stavo disprezzando un iconico maestro Anton Corbijn alla regia. Credo ci sia stato un parallelismo involontario tra questo nostro disco e loro; un giorno ero in macchina e ascoltavo musica in modalità random che veniva pescata dal mio cellulare. Iniziò una canzone; sentii questi sintetizzatori e queste batterie elettroniche ed ero convinto che fosse qualche brano di Delta machine dei Depeche mode, uscito qualche anno prima ma che avevo acquistato solo di recente per curiosità e che quindi, avendo fatto pochi ascolti, non conoscevo ancora bene. Invece ad un certo punto sentii entrare la mia voce: “Cosa, siamo noi? E quando l’abbiamo fatto?” Era un demo di buona qualità che avevo su cellulare registrato pochi mesi prima. A quel punto riascoltai attentamente Delta Machine e notai che c’erano sonorità molto simili. Una mia amica appassionata mi ha detto che per quel disco cercarono dei synth su internet, anche economici, cosa che facemmo anche noi nel nostro percorso. Quindi sì, credo che ci siano dei suoni che somigliano a quel disco: a volte, ascoltando le intro, li confondo temporaneamente. Non siamo dei loro appassionati fan ma adoro ascoltarli quando li passano in radio e ogni tanto sbircio tra i loro dischi. In fase di registrazione mi è venuto da pensare a loro soprattutto durante i finali: alla fine di “Senti il cielo come me” farei partire la voce di “It’s no good” dei Depeche. O anche “La partenza”: ecco, in quel brano credo di aver pensato a David Gahan nell’attacco.

Per chiudere torniamo alle origini di tutto. “Hai mai mangiato un uomo?” Qual è il vero messaggio dietro le mille simbologie visive e sonore di questo disco?
Una domanda rivolta al pubblico: “Hai veramente pensato a quella cosa?” Ognuno sa cosa è la sua “cosa” che non sempre ammettiamo, molte volte ci pensiamo mentre vaghiamo da soli, di notte. Il brano “Come andar di notte” è un po’ il sunto di tutto il disco e del suo senso.

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