Teenagers di ritorno, ecco come ci si sente. Già, quell’ora buona in cui si torna ad essere adolescenti, particolarmente insicuri e con tutte le pulsioni, fobie ed insicurezze di questo mondo. Ma ci si lascia andare all’enfasi del ricordo, intenso e liberatorio, di quando si è ascoltato per la prima volta i dischi dei Buzz; così come anche per la band albionica, ne sono certo, la dimensione live funge da antidoto all’invecchiamento interiore, considerando la veemenza e il trasporto con cui suonano quegli inni di gioventù a loro modo immortali e fuori dal tempo e da ogni logica di mercato contemporaneo.

Guardi Pete Shelley e le sue sessanta primavera trapelano tutte senza nasconderne nemmeno una, espressione e physique du role che magari sono più consone al bancone di un pub di Soho piuttosto che davanti ad un’orda di punk, eppure la sguaiatezza composta con cui canta di problematiche adolescenziali sembra ancora credibile, nonostante la calvizie senile incipiente e un discreto strato adiposo su cui adagia comodamente la sua sei-corde lancinante. L’altra faccias della medaglia è Steve Diggle, che conserva una figura longilinea e un andamento dinoccolato e gigione, si lascia andare a momenti di puro lufibrio, come quando fa calare il microfono in stile “giraffa” da studio televisivo, per far cantare un pubblico già di per sè in delirio.

Audience non delle grandi occasioni, va detto, vuoi anche perchè il quartetto (oltre ai due nomi storici figurano il batterista Danny Farrant, da un decennio ormai a percuotere pelli con i Buzz, e l’indomabile bassista Chris Remington, moto perpetuo che mostra dinamiche sullo strumento ben più ampie dellle consuete 3-note-3 da punk attitude) venne già a suonare a Roma lo scorso anno, ma come spesso capita la qualità dell’energia mossa dal pubblico va ben oltre il mero computo numerico: alle mie spalle si percepisce un brusio, un vociare di chi canta a pieni polmoni tutto il repertorio portato sul palco dalla loro produzione storica dei 70’s, dalle prime bordate ‘Boredom‘ e ‘Fast Cars‘ ai brani che diedero il via ad una nuova forma di rock indipendente di matrice “sentimentale” quali ‘Love You More‘, ‘You Say You Don’t Love Me‘ e la celeberrima ‘Ever Fallen In Love‘, durante la quale una ragazza sulla mia destra in sostanza mi spacca un timpano urlando come fosse in preda ad un demone assiro.

Sul refrain vibrante di ‘Noise Annoys‘ il pubblico sembra triplicarsi, irrefrenabile come colto da una scossa elettrica improvvisa e collettiva mentre Diggle si muove quasi come fosse un burattino impazzito , anche se il tripudio per antonomasia si manifesta con l’irriverente nevrastenia di ‘Orgasm Addict‘,  che rinnova la sua sdilinquente tensione erotica e ossessiva anche a quarant’anni di distanza, con tanto di ragazze vicino a me che si lasciano andare a compulsive e più o meno credibili simulazioni orgasmiche, come avviene proprio nel brano in questione. A tratti le strutture si dilatano, e la band è sagace nel dosare intrattenimento puro e distorsioni lasciate in sospeso, per poi lanciarle a forza giù dal palco in piena corsa. Tornano nelle retrovie e ancora una volta lasciano lo stesso pensiero a volteggiare sui volti ancora accesi dei ragazzi di ogni età accorsi all’evento: non chiamatelo solo punk, perchè i Buzz sono stati qualcosa di più. Decisamente qualcosa di più.

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