Report a cura di Leslie Fadlon

L’atmosfera è calda e accogliente nella splendida location scelta dagli organizzatori di Unplugged in Monti per il concerto del 5 Aprile 2016, che ha portato sul palco della Chiesa Evangelica Metodista due grandi nomi del rock contemporaneo: Umberto Maria Giardini ed Howe Gelb.

Il primo è uno dei più eleganti cantautori italiani degli ultimi anni: nato a Sant’Elpidio del mare, è stato ”Moltheni” fino al 2012, finché ha deciso di riproporsi con la sua straordinaria musicalità ed il proprio nome originale, sfornando con esso tre album (La dieta dell’imperatrice, Ognuno di noi è un po’ Anticristo e Protestantesima).

Il secondo è il leader dei Giant Sand, rock band di Tucson (Arizona) giunto nel 2015 al proprio ventunesimo album, ”Heartbreak Pass”, con il quale ha in qualche modo festeggiato i trent’anni della propria formazione.

Uno dopo l’altro, questi due esperti del loro genere hanno saputo ammaliare ed estasiare i presenti, realizzando un doppio concerto davvero degno di nota. Un concerto cui si è assistito con vero piacere, non solo grazie all’ambientazione e alla comodità dello star seduti, ma anche (e soprattutto) alla leggiadria del sound che si è espanso per la Chiesa, penetrata nelle fessure della propria architettura da un rock sublime ed armonioso.

Sono le 20.50 circa quando Umberto Maria Giardini sale sul palco, accompagnato da Marco Marzo Maracas alla chitarra e Michele Zanni a tastiere e basso.

Inizia così un’ora di passionale concentrazione, condivisa da tutti verso i brani tratti dai due diversi percorsi dell’artista, entro un percorso che si è mosso tra canzoni recenti come ‘Protestantesima‘, per viaggiare fino all’eterea ‘E Poi Vienimi A Dire Che Questo Amore Non E’grande Come Tutto Il Cielo Sopra Di Noi‘, passando per ‘C’è chi ottiene e chi pretende‘, sfociando nell’estasi de ‘Il trionfo dei tuoi occhi‘, ed altre meraviglie. L’ultimo pezzo è stato dedicato ai tempi Moltheniani, con la nostalgica e limpida ‘Verano‘. Limpida come la vocalità di Giardini, che con vera classe ha meritato tutti gli applausi di un pubblico davvero grato.

Verso le 21.50 veniamo salutati dall’uomo venuto dall’Arizona: Howe Gelb, che ci introduce subito la caratteristica del suo nuovo album, ovvero una grossa presenza dello strumento più classico, cioè il pianoforte. Gelb ci spiega, tra una canzone e l’altra, che il suo intento per quest’album sarebbe stato quello di gettarsi sul blues. Ma non sapendolo fare proprio benissimo(almeno a sua detta), ha deciso di inventarsi nuovi modi per suonarlo, con un’ispirazione simile a quella del brano ‘Impossible things‘. A breve compirà sessant’anni, ma Howe Gelb appare più in forma che mai. E la prima parte del live procede adagio grazie alla comunione piano e voce su cui l’artista suona brani come ‘A book you’ve read before’; nella seconda parte del concerto, invece, Gelb sale sul palco (il piano era infatti alla destra dello stesso, ma ad altezza pubblico) e dimostra ancora una volta tutto il suo carattere, con voce e chitarra, ed anche qualche brano dei Giant Sand, ricordandoci con la consueta simpatia di ”non urlare, perché comunque siamo in una chiesa”.

Quando gli artisti sono anche belle persone e la loro musica è così piacevole da saper riempire di un senso di comune gioia anche lo spettatore più distratto, significa che c’è ancora chi capisce il vero senso dell’arte: ”farci contemplare la bellezza, dimenticando, almeno per un po’, tutto il resto”.

Le foto di Umberto Maria Giardini sono per gentile concessione di Danilo D’Auria

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