Bizzarra creatura dalla natura mutevole, ecco l’essenza dei Godspeed You! Black Emperor e della loro tavolozza cromatica in costante movimento: oltre vent’anni fa definirono parte integrante dei prodromi del post-rock per poi sfuggire alla definizione un attimo prima di essere afferrati ed etichettati dalla moda imperante di turno. Allo stesso modo, qualunque sia il proscenio che li vede protagonisti, un club o un festival da folla oceanica, le loro partiture sanno arricchirsi di quello che le circonda, che siano immagini, citazioni letterarie, ricordi sfuggenti.

La cornice asettica e sottilmente austera dell’Auditorium in Via Della Conciliazione da un lato può sembrare distante dal sostrato che da sempre agita le pulsazioni sonore dell’ensemble canadese, ma è altresì perfetta per sotto il profilo acustico per carpire le minuziose asperità espresse nelle loro partiture, più impresse su spartito di quanto la natura anarcoide del progetto farebbe pensare.

Ma nel caso di monumental, parliamo di un progetto d’ibridazione artistica di notevole spessore che parte lontano grazie alla compagnia sui generis The Holy Body Tattoo, con le lancette che tornano indietro fino al 2005, anno in cui fu presentato al pubblico per la prima volta, in una versione embrionale rispetto a quella portata attualmente in tour nei teatri di mezzo mondo, dove la musica dei Godspeed non è più solo un soundscape ma una parte integrante dello spettacolo e la band si erge nella penombra alle spalle dei danzatori, come un contrappunto drammaturgico, che sa ergersi a mattatore all’occorrenza ma è abile nel defilarsi o a farsi sottotesto, fino a liquefarsi e divenire un fiume di suono che scorre tra le coreografie in progressione sul proscenio (la cui unica scenografia è rappresentata da piedistalli illuminati, le cui forme geometriche sembrano a un certo punto danzare anch’esse per l’incredibile lavoro d’insieme dei ballerini) e le sporadiche immagini proiettate sullo schermo posizionato sopra la band, che svela argute citazioni estratte da Living di Jenny Holzer.

Il risultato è una multiforme indagine sulla cultura ed ugualmente sulla natura umana, sulle relazioni tra individui nella contemporanea, decadente società borghese dove i protagonisti, come afferma la coreografa Dana Gingras, “sono uomini e donne che vivono in città e la cui vita quotidiana è costantemente influenzata dall’impatto del capitalismo digitale”. I Godspeed You! Black Emperor rispettano il ritmo delle coreografie originali, innescando un corto circuito che avvolge ogni movimento, fino ad imprimere un suo peso specifico nella comprensione e nella fruizione stessa dello spettacolo, con la musica che “incombe” apportando un forte senso di urgenza all’interno della performance.

Quelle note, lineari o scoscese, ne divengono il respiro irregolare ma profondo, specie quando l’anonimato dell’individuo trascende se stesso per divenire massa indistinta, indecisa se seguire le proprie realizzazioni personali sotto il profilo sociale e spirituale, oppure perdersi nello sterile progresso della civiltà consumista, che in monumental si esprime tramite l’effimero, ciclico ripetersi dei medesimi movimenti quotidiani

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